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A tu per tu con Alessandra Ioalé a proposito di Panico Totale e arte urbana

Fare interviste è una delle cose che mi piace di più e in questi anni con ziguline mi è capitato di conoscere davvero molte persone, alcune delle quali si sono rivelate delle vere e proprie delusioni ma nella maggior parte dei casi ho avuto ottime sorprese o la prova che esistono menti eccezionali che fanno cose straordinarie, con il cuore, mettendosi sempre in discussione e regalando agli amanti dell’arte delle vere e proprie chicche di cui vale davvero parlare. Una di queste persone è Alessandra Ioalè, un nome noto per chi scrive di arte, una studiosa d’arte contemporanea, una grande appassionata di arte e soprattutto ideatrice e promotrice di progetti meravigliosi legati al mondo dell’arte urbana e del writing, alcuni dei quali abbiamo avuto il piacere di segnalarvi anche in passato e continuiamo a farlo ancora oggi.

 

Alessandra Ioalè

 

Panico Totale è uno di questi, una convention e ora un libro che racconta una grande fetta della cultura di strada degli anni ’90 che la nostra protagonista presenta in questa intervista ma anche in giro per l’Italia: il 18 gennaio ad Adiacenze Bologna dove interverranno anche Draw e Dado, il 20 gennaio presso La Polveriera Spazio Comune di Firenze e il 3 febbraio all’Avantgarden Gallery di Milano assieme a Etnik, Ozmo e Wany.  Non c’è solo Panico Totale in questa intervista ma tante altre cose interessanti che la riguardano e quindi  non mi resta che augurarvi buona lettura!

 

 

Parliamo dell’uscita del volume Panico Totale. Come è nata l’idea di raccontare in un libro questa manifestazione che si è svolta quasi venti anni fa?

 

L’idea nasce dalla necessità come studiosa e storica dell’arte di conoscere e documentare una manifestazione culto, diventata mito negli ultimi venti anni, di cui sentivo sempre parlare o citare ma non ne trovavo alcuna traccia scritta o fotografica se non in riviste di settore (AL Magazine) o fanzine autoprodotte dell’epoca. Immagina le difficoltà di reperimento. La documentazione che ho raccolto in questo libro, datami dai protagonisti dell’epoca, è molto importante perché testimonia in maniera organica la nascita e lo sviluppo della manifestazione. Una manifestazione anni ‘90 molto differente da quelle che si organizzano oggi. Inoltre,  pensando a chi come me studia il Graffiti Writing o ne è appassionato, il modo in cui è organizzato tutto l’apparato fotografico favorisce, secondo me, la comprensione delle radici e una “lettura” continua che segue l’evoluzione dello stile, quindi lo studio del lettering, di alcuni writer che oggi sono personalità artistiche influenti nel panorama contemporaneo dell’arte urbana. Se questa manifestazione, dal 1996 al 2000, ha raccolto tutta la cultura di strada in unica città come Pisa, io volevo raccoglierne tutta la storia e lo spirito in un libro che ne divulgasse la conoscenza e rendesse finalmente facile la consultazione di materiale così unico e prezioso.

 

 

E a distanza di così tanto tempo come sono cambiati quei luoghi e quei personaggi che hanno preso parte al progetto?

 

I luoghi ci sono sempre, non sono cambiati molto. I muri del Complesso scolastico Buonarroti sono ancora luoghi in cui si va a dipingere, come anche quelli dei sottopassi di San Rossore, che non aspettano altro che  essere “segnati” dal passaggio dei writer locali, che hanno mantenuto quei luoghi “aperti”, liberi. Alcune memorabili murate, come quella di Loomit e Toast realizzata nel ‘99, sono rimaste su questi muri, altre invece no, come il favoloso pezzo di Phase2, realizzato nel ‘96, coperto purtroppo qualche anno fa. Quest’ultimo, grazie a questo libro, è di nuovo fruibile, anche se su carta e non su muro, nella sua impeccabile e fiera interezza. E questo per me è importante. I protagonisti invece sono cambiati, come naturale e giusto che fosse. Sono riusciti nel tempo, e ognuno nella propria disciplina di riferimento, a crescere professionalmente e a fare di una passione il proprio lavoro. Penso ai writer italiani come Etnik, Ozmo, Zed1, Airone, Wany, Joys, Dado e molti altri, come agli stranieri Toast, Daim e Satone, che oggi sono alcuni tra i migliori artisti internazionali rappresentanti del post-graffitismo e muralismo urbano contemporaneo. Per quanto riguarda invece gli organizzatori di Panico Totale, oggi sono produttori e promotori di progetti musicali propri o di altri artisti (Sanantonio42 e il progetto “The Green Brothers”); altri ragazzi, invece, sono riusciti a costruire nella periferia di Pisa, in accordo con le Istituzioni Comunali, una bellissima bowl in cemento diventata punto di riferimento per tanti skater, e lavorano nel campo della costruzione e noleggio di queste tipologie di strutture in tutta Italia (NoComply).

 

 

Cosa è cambiato invece secondo te nel modo di fare e raccontare l’arte urbana?

 

Le persone sono cambiate e i canali di fruizione. Le convention anni ‘90, come Panico Totale, sono impensabili oggi. Erano belle e coinvolgenti perché a farle erano giovani ragazzi appassionati delle discipline di strada che, con grande forza di volontà ed entusiasmo, riuscivano ad accentrare energie, risorse e persone per la realizzazione dell’evento rispondendo a quella esigenza di riprendersi uno spazio nella propria città in cui potersi esprimere, divertirsi e far divertire, rompere con la noia del sistema culturale stabilito. Ragazzi inesperti da tanti punti di vista, che però seppero tirar fuori l’arte dell’arrangiarsi e fare con quello che si ha a disposizione. Al tempo, per far sapere cosa stava succedendo in città ci si serviva delle riviste di settore, a cui spedire le fotografie, e non dei social network. Internet non era alla portata di tutti e il materiale fotografico era su pellicola e non digitale. La diffusione non era su scala globale e aveva tempi più lenti e più lunghi. Penso che oggi le manifestazioni e i progetti d’arte urbana più riusciti, ovvero che realmente ne raccontano la carica e gli intenti espressivi promuovendone gli artisti, siano quelle pensate e curate da organizzatori, che sì sono in grado di mediare con le istituzioni di riferimento ma sono anche in grado di coinvolgere gli artisti urbani locali nella costruzione del progetto, in un dialogo di reciproco scambio che porti all’incontro di due punti di vista a volte molto diversi. Un rapporto di fiducia e ascolto che si ripercuote poi positivamente su tutta l’organizzazione e la gestione di un festival o di un progetto di riqualificazione urbana.

 

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Sono tantissimi i progetti d’arte di cui hai fatto parte in passato e moltissimi in cui sei parte ora: quali sono quelli che più ti hanno aiutato a capire quale direzione per il tuo studio?

 

Più o meno tutti. Soprattutto i progetti curatoriali come Parentesi Aperte e alcune altre personali che ho curato in diverse gallerie. Non sono tanto i progetti ad avermi fatto capire che tipo di direzione avrebbe preso il mio studio, quanto gli artisti con cui di volta in volta ho collaborato e mi sono confrontata raccontandomi la loro storia e ricerca artistica. E devo dire che i writer, e quelli che oggi non si definiscono più tali ma semplicemente artisti, mi hanno sempre colpita di più. La disciplina writing è affascinante sotto tanti punti di vista, storico, tecnico, estetico, ma soprattutto per l’attitude, al di là del legale o no, e le regole non scritte, ma tramandate come in una grande famiglia, che questi ragazzi seguono, rispettano e fanno rispettare, rendendo la loro comunità, anche se chiusa, il più possibile schietta, sincera e fomentata dalla sana competizione basata sullo stile. Caratteristiche che distingueranno sempre un writer anche quando diviene un artista.

 

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Gli artisti che più ti hanno impressionata in questi anni?

 

Mi impressionano le ricerche, le produzioni, le soluzioni artistiche e l’attitudine di tante personalità, in particolare quelle di Etnik, Aris, Dado, Joys, Francesco Barbieri, Rae Martini, 108, Dem, Giorgio Bartocci, Vesod, Eron, Giulio Vesprini, 2501, Ravo, Opiemme, CT, Andreco, MP5, Gio Pistone, BR1, Graphic Surgery, Guerrilla SPAM, Dissenso Cognitivo, Moallaseconda, Collettivo FX, Sebas Velasco, Gris1, Etam Crew, Satone, Pantone, Dems333, Honet, Can2, Inti, M-City, Revok e Smash137. La lista è lunga.

 

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E infine, parlaci dei tuoi progetti futuri…

 

Nei prossimi mesi sarò impegnata nella promozione del libro e in tre progetti espositivi. Uno di questi sarà a Torino, in collaborazione con Burning Giraffe Gallery. Una collettiva che coinvolgerà anche alcuni urban artist stranieri con un importante, strutturato e riconoscibile percorso di ricerca. Di più non svelo.

 

Per saperne di più:

Alessandra IoalèPanico Totale

Eva Di Tullio

scritto da

Questo è il suo articolo n°178

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