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Ci sono storie che non dovrebbero essere scritte

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Ci conoscemmo, grazie ad alcuni amici comuni, la sera ero sbronzo e lei pure. Eravamo in un locale della città, usare il termine “underground” sarebbe blasfemia. È peggio, molto peggio, un termine adeguato sarebbe mammuthones-punk-grunge. Ma forse non ci siamo ancora. Soffitto basso, due stanzoni di 10 metri per lato, pareti dipinte da writers dimenticati e locandine di concerti appese al soffitto, l’alternativa ai soliti bar di sfigati che il sabato notte devono vestirsi a festa. Ci presentarono mentre eravamo entrambi intenti a sorseggiare un’ottima marca di bourbon, il brindisi fu d’obbligo, solo per pochi estimatori.

foto di The Blue Kids | http://www.flickr.com/photos/thebluekids/

Iniziammo a conversare. Si, non parlare, il parlare è generico, anche le oche tra di loro parlano, qua, qua, qua: non hanno detto un cazzo di comprensibile. Conversare è diverso, uno scambio di informazioni reciproche, molto più profondo della già citata forma orale che consiste nell’aprire la cavità addetta alla funzione del dialogo e lasciare andare un gorgoglio di strazianti versi e penose considerazioni. Molti parlano. Pochi conversano. Conversare, dialogare sono cose più profonde, ci sono dialoghi anche nei silenzi tra una parola e un’altra, sono contatti tra due forme di pensiero estranei, sguardi, mani o braccia sfiorate per sbaglio.

Riuscire a tenere una conversazione, colta e duratura con la stessa persona per più di cinque minuti in un posto come quello e in una serata come quella, è stato un record. Roba da Guinnes dei Primati nell’epoca dei Neanderthal. Luci basse, musica a volumi indecenti, suonata da cinque elementi che te li raccomando per prendere il The. Alcool come se piovesse, anche per via dei più sbronzi che intelligentemente pogavano con i bicchieri pieni. L’alcool a volte trasforma le persone, sono rischi che bisogna correre: come attraversare una strada correndo nell’ora di punta o ripararsi sotto un albero quando piove. O ti va bene o ti va male.

Ci prendemmo due birre e uscimmo fuori a fumare. Rientrati, cercammo gli amici con cui eravamo arrivati, ma nulla, corpi urlanti, persi tra una piccola marea di altri corpi urlanti. Decidemmo di bere un’altra birra. Le birre furono qualcuna in più di una. Uscimmo nella brezza notturna, gli amici in comune erano spariti. Ci sedemmo a fumare qualcosa dall’aroma molto più intenso di una comune sigaretta su dei gradini a fianco al locale e ci rilassammo. Brevi parole di tanto in tanto, qualche esclamazione, due colpi di tosse.
Passò un po’ di tempo prima che uno dei due disse qualcosa di sensato, erano appena le due, la notte era lunga e il delirio vero e proprio doveva ancora cominciare.

Sbronzi, andammo incontro alla notte, e al nostro destino, appoggiandoci l’uno all’altra, l’equilibrio instabile era il minimo che poteva capitarci, accanto a noi altre festanti e penose anime si agitavano, non li sentivo, ero troppo sbronzo. Degli altri ancora nessuna traccia perciò decidemmo di spostarci per conto nostro, avevo parcheggiato chissà dove, ma non mi importava, ci spostammo a piedi, una buona camminata a volte è ciò che ci vuole, ci fermammo dieci metri più avanti su una panchina con il fiato corto.

Giovani anziani. Inizio a preparare un’altra cosa aromatica e mi volto per un po’ ad osservarla. Lei mi restituisce lo sguardo e lo amplifica con un sorriso. Finimmo mister J e ci sdraiammo insieme sulla panchina a guardare il cielo e a pensare un po’ ad alta voce. Ritrovammo quel catorcio della mia auto e decidemmo di andare a farci un giro. Ci fermammo al rosso di un semaforo e iniziammo a ridere come matti, quando un signore sulla sessantina, completamente ubriaco fradicio iniziò ad urlare dell’imminente fine del mondo causata dell’invasione di antichi alieni a bordo di un pianeta rosso.

Sbraitava sbavando e piangendo, gesticolando con le mani contro i palazzi e gli alberi che ornavano la trasversale D (se seguita fino in fondo, arrivava fino alla stazione dei treni, costeggiava le rovine delle mura di recinzione della città medioevale e poi portava fuori città). Ci fermammo a guardarlo per un po’, povero vecchio, ubriaco e spaventato, che al posto di cercarsi un riparo, strillava con tutto il fiato che aveva per avvisare più persone possibili, le stesse che probabilmente si alzeranno, ma solo per prenderlo a calci o per chiamare la polizia, il risultato finale non sarebbe cambiato: Quella notte l’avrebbe finita malridotto.

Scattò il verde e ripartimmo, esaurite le risate, continuammo a girarci indietro per vedere la sagoma dello sbronzo sempre più lontana che ondeggiava e alzava le mani al cielo. Parcheggiai vicino all’università; fortunato, molto, molto fortunato. Ci trovammo tutta la compagnia, dal primo all’ultimo. Anche loro sbronzi, ci salutarono riempiendo due bicchieri, qualche abbraccio e qualche pacca sulle spalle e iniziammo a bere.

Eravamo tanti, eravamo sbronzi, avevamo molta erba e io avevo lei al mio fianco. Prendemmo le macchine e partimmo per non so dove. Io e lei, ci sedemmo in macchina del mio socio abituale. Ci conoscevamo dai tempi del liceo e da allora siamo sempre stati fratelli di sbronze, battezzati assieme con il vino dallo stesso bicchiere. Non riuscivamo a fare quasi nient’altro di sensato assieme. Il Corteo Alcolico partì, noi eravamo al centro. Aprii il finestrino, mi sporsi in avanti e mi misi a gridare idiozie agli altri che stavano nella macchina davanti, qualcuno si sporse fuori, si girò verso di noi, agitò una bottiglia e si mise a gridare un elogio porno-religioso a tutta la città. Il mio socio guidava a velocità folle, bruciando la maggior parte degli incroci e passando molte volte al limite con il rosso.

Finimmo una mezza bottiglia di vino e altri due J lì in macchina, senza fermarci o rallentare minimamente, separandoci dagli altri. Raggiungemmo un piccolo locale quasi fuori città, parcheggiammo sul terreno sabbioso e scendemmo tutti barcollanti e ridenti, ci accendemmo una sigaretta a testa e ci calmammo un po’. Dieci lunghi minuti dopo ci raggiunsero anche gli altri, entrammo in un buio stanzone alto e puzzolente di birra. Iniziammo a bere e a sparare dialoghi assurdi. Buio. Musica rock&roll a palla. Alcol nel mio bicchiere. Luce Verde. Luce Blu. Mani intrecciate ad altre mani. Flash degli strobo.

Sagome in movimento. Luce Verde. Luce Blu. Maglietta appiccicosa di sudore poggiata su parete fredda. Pelle sudata sfregata contro pelle sudata. Di nuovo buio. Luce Gialla. Sostanze indefinite e appiccicose sul pavimento. Alcol, molto alcol nel mio bicchiere. Nero. Luce. L’alba ripuliva le strade dai notturni come noi, giusto il tempo di un caffè forte al primo bar mattutino. Camminammo a caso nella luce fioca come astronauti in perlustrazione in qualche luna sperduta nell’universo, lei mi invitò a casa sua e accettai. Entrammo in camera sua, letto grande, specchi vari, poster, foto sue e dei suoi amici appesi alle pareti, e cianfrusaglie varie. Mise su un cd e io mi sedetti sul letto, guardai fuori dalla finestra, il sole lentamente saliva sopra i profili delle case inondando tutto di un giallo acceso.

Lei finì di girare l’ennesimo J e si sedette a fianco a me. L’accese e espirò una densa nube di fumo, che si sparse per la stanza.
Fumammo entrambi lentamente la prima abbondante metà, poi lo spensi e lo appoggiai sul posacenere, per un dolce risveglio. Ci addormentammo abbracciati.

testi di Andrea Doro | foto di The Blue Kids

Il gran capo

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Questo è il suo articolo n°3455

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