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Club To Club 2013 | La top five

Una zuppa di fagioli dedicata al festival elettronico italiano per eccellenza: il ClubToClub. Ogni anno il primo weekend di novembre è occasione di giubilo per pr, hipster e tamarri, che si mettono ordinatamente in fila (giuro) per entrare al Teatro Carignano e vedere un nome a caso (vedi: James Holden) esibirsi in un live elettronico all’altezza delle pièces teatrali lì rappresentate. L’effetto ClubToClub è da provare almeno una volta nella vita, e per questo vi abbiamo anche regalato un articolo a riguardo, perciò vi stilo la mia sonora top 5 del festival.
1. Vince tutto: Jon Hopkins. Sei inglese e si vede, riesci a spaziare dalla dubstep alla techno senza farlo notare, anzi, facendo ballare a più non posso.
2. Fuck Buttons. E non dico altro. Anzi, lo dico: una combo di noise e vuoti che mi ha fatto fischiare le orecchie per i due giorni seguenti. Quasi mistici.
3. Diamond Version: sono talmente fissati con 3 suoni, li tolgono e rimpiazzano a tal punto che ti spolpano a furia di martellamenti. Dei veri nerd, che amano giocare con il suono, lo studiano quasi scientificamente e lo trasformano in un’esperienza alientante. D’altronde è scontato, sapendo che sono Alva Noto e Byetone.
4. Holly Herndon, relegata nell’auditorium avrebbe buttato giù le pareti, avesse avuto la possibilità. E noi l’avremmo aiutata, avessimo potuto stare in piedi e muovere il culo. Gioca con la sua voce e con i bassi, e i suoi visual, direttamente dagli anni 90 di Windows, sono stati apprezzatissimi.
5. John Talabot: confermi che anche con un djset sei raffinato e spagnolo. Il che vuol dire scuro, caldo e tamarro come pochi.
La pecca: la line up di sabato mi fa aggrottare le sopracciglia. Va bene iniziare con Talabot, ma mettere i Fuck Buttons tra lui e Four Tet mi è sembrata una mossa strana, così come Diamond Version subito dopo e Modeselektor a seguire. Sicuramente è una scelta basata sull’alternanza di stili, e di cassa, ma, personalmente, preferisco una serata dove il livello di bassi cresca fino a farmi uscire tutto il fiato che ho in corpo, per terminare con una bella ondata di noise. Per questo ho potuto apprezzare poco il live di Four Tet, che, oltre a evolversi in modo strascicato (intro troppo, troppo lunghe), nulla aveva a che vedere con il lento muro di suoni che avevano costruito gli artisti precedenti.
Anche la scelta di chiamare i soliti nomi “safe” riempipista secondo me può essere abbandonata: un festival che ha una fama internazionale così ampia può permettersi di scegliere artisti meno famosi di un Kode 9 (che abbiamo sentito ben 4 volte di fila solo nel festival), con la certezza di avere un pubblico che apprezza la qualità dell’offerta, fondamento del festival da sempre, e da sempre molto alta.

 

 

 

 

 

Per saperne di più:
Club To Club | sito

 

Hai una label discografica? Sei un dj, producer o beatmaker?
Manda la tua roba all’indirizzo mail:
music@ziguline.com

Noi ascolteremo ogni beat, sentiremo ogni singola nota
e magari ci facciamo scappare un Beans.

Claudia Losini

scritto da

Questo è il suo articolo n°174

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