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Club to Club è il futuro in un week end

“Avete nascosto bene le bottigliette?” Il buttafuori all’ingresso dell’Hiroshima venerdì 9 ci accoglie con questa simpatica frase, non capisco se sia una sorta di modo di dire, un po’ come se accogliesse la gente con un “Ehi, benvenuto al Club to Club”. O se è la faccia malandrina del mio amico che s’è appena intascato il vodka lemon a tradirci di fronte a lui. Cominciamo bene, verrebbe da dire. Ma andiamo con ordine.

Disclosure

Giovedì 8 novembre inaugura il Club to Club, l’appuntamento fisso per chiunque sia appassionato al genere o anche solo per chi ha voglia di presenziare a un evento considerato immancabile. Lo slogan quest’anno è “The future is yet to come”. Anche se si potrebbero avanzare dubbi sul fatto che Mills, Apparat, Dettman e Kode9 siano presenti in line up come i residui di arachidi in ogni tipo di merendina: sempre. Ma non sono qui a discutere i pro e i contro delle scelte quasi obbligate in questo campo, ma a darvi una personale visione (non pensate che mi metta a blaterare dettagli tecnici o seghe musicali varie) del festival.

Mills

Si parte alla fondazione Sandretto, headquartier del festival, dove nella serata istituzionale del giovedi riesco a sentire  giusto il set di Vaghe Stelle e perdermi nei suoi visual mediorientali da trip e nelle sue deviazioni in cassa dritta. L’anno prossimo magari piazzatelo sul palco principale del Gran Finale, prima di Apparat.

Venerdì sera l’Hiroshima ospita l’Hyperdub Night, anche se Kode9 non mi interessa particolarmente le uniche due volte che l’ho sentito, mi aveva piazzato del reggaeton e sinceramente ne farei volentieri a meno anche stavolta, quindi ci concentriamo su Actress e i Disclosure. Vorrei spendere un paio di parole su questi ultimi: inglesi giovani che ci danno dentro di brutto, entusiasti ed entusiasmanti (ascoltatevi “What’s in your head” per avere un’idea), sono i vincitori indiscussi di questo club. Non c’era una persona che non ballasse divertita. Abbandoniamo la prima parte di serata: è ora di andare allo Chalet da Jeff Mills. I trasporti pubblici cittadini non si vedono all’orizzonte, decidiamo di optare per un taxi e giustamente appena finita la chiamata un bus si materializza all’orizzonte. Inutile dire che quando telefono per disdire la prenotazione vengo presa a insulti dalla simpatica centralinista.

Hiroshima

Lo Chalet si sa, è un posto dove di norma si raccolgono un sacco di tamarri. E non è che stasera la situazione sia diversa. Ce ne fosse uno non in botta. Forse io e il mio amico. La cosa che più mi urta è essere toccata, e qui lo fanno tutti. Che poi si vedessero in faccia quanto sono sconvolti magari smetterebbero di toccarti tentando beceri approcci. Meno male che qualcuno ha brevettato gli occhiali da sole, almeno non devo vederli proprio tutti in faccia con quell’espressione plastica. Nascondo la macchina fotografica per compassione.

Lingotto fiere

Fortunatamente Jeff Mills martella al punto da farmi perdere in un loop da cui mi risveglio un paio di ore dopo, quando capisco che la mia amica è troppo sbronza e sguscia via tra la folla urlando parole nonsense e l’altro è in piedi impegnato a farsi una pennichella. E a provarci (a occhi chiusi) con una bionda, che lo guarda come se fosse Alien. Devo ammettere che la scelta finale della doppietta s’è rivelata azzeccata: a posteriori temo che non avrei retto tre ore di Mills a quelle condizioni e, ammettiamolo, la sua techno, dopo aver sentito l’house all’Hiroshima, un po’ mi ha alienata.

Bilancio della prima serata: un’amica lasciata ubriaca a ballare, l’altro perso dormiente tra la folla e un martello di bassi che mi rimbalza nelle orecchie, 2639 mani di sconosciuti in faccia o nei capelli. Beh, certe cose le devi mettere in conto, e difatti mi preparo psicologicamente per il sabato (di norma al Lingotto si vedono cose che voi umani…).

Disclosure

Il gran finale al Lingotto comincia con Nina Kraviz.

La fidanzata di Ben Klock. Che si va a mettere nella lunga lista di fidanzate di illustri dj che tentano la stessa strada: tanta fregna, poca sostanza. Sì, canti seminuda, con te c’è un ciccione e indossi delle scarpe techno spaziali, ma non sarai mai Lady Gaga. Non ci provare nemmeno. Ma tranquilla, tutti gli uomini hanno speso ore e ore a commentare la tua performance nell’etere con i più colorati commenti fattibili, quindi in un certo senso hai vinto tu. Bando alle ciance comunque: devo confessarvi che il vero motivo per cui sono qui stasera in realtà è che devo dichiarare il mio amore a John Talabot e sto approfittando del mio pass per gettarmi tra le sue braccia. Dal suo live a Porto, passato a occhi chiusi persa nelle sue canzoni, è riuscito a spodestare dal podio del mio cuore Nathan Fake. Lui e Pional sono un’accoppiata eccezionale, la Sala Rossa diventa una grande spiaggia al tramonto, e tutti viaggiamo. Non smetterò di ripeterlo, ma lui è uno delle migliori scoperte dell’ultimo anno. 

Actress

Riemergiamo da Ottobre Rosso in tempo per sentire Apparat. Purtroppo lo sento male perché sono impegnata ad attendere il mio amico che cerca di ordinare qualcosa dal bar nel backstage, luogo talmente affollato che inizio a ridimensionare il mio status di felice accreditata Media, in particolare quando vengo circuita da un paio di minorenni appena arrivati in aereo dalla chiusura della stagione a Ibiza.

In ogni caso il signorino berlinese s’aggiudica il premio “più fotografato della serata”. Almeno in quattro mi hanno mostrato orgogliosi la loro foto con Apparat, come fosse fossimo a Gardaland e tutti si fotografassero con Prezzemolo.

E Apparat, ti prego, se ti viene di nuovo voglia di fare un live con la band come quello dell’anno scorso conta fino a 100 e vai avanti finché non ti dimentichi cosa stavi pensando, e continua a far quel che ti riesce bene: farci ballare. Altro punto alto della nottata è Rustie. Eclettico, vario, spinto, ogni pezzo una sorpresa. Ottimo. Alle 4 del mattino cominciano ad arrivarmi sms alquanto espliciti riguardanti l’andamento (a quanto pare molto positivo) della serata del mio amico. Lo cerco quei cinque minuti canonici che bastano a non farmi sentire in colpa se lo smollo a piedi in mezzo al nulla e mi lascio andare all’ultima parte della nottata, con il sottofondo di James Holden.

Gran finale

Bilancio della serata: un approccio becero da parte di un diciassettenne, perdita (di nuovo) del mio amico (ma stavolta fidatevi non perché dormisse), uno stuolo di cadaveri in Sauna Rossa che corredano il set finale di Shackleton, fallimento di eventuali dichiarazioni d’intenti a Talabot. In tutto ciò la domanda che mi rimarrà per sempre è: e Scuba?

Non so, come al solito ho perso troppe parti che m’interessavano, ma ormai sono di fronte alla mia colazione, soddisfatta dalla serata, penso una delle più gustose degli ultimi tre anni.

 

Tutte le fotografie sono di Andrea Macchia e Matteo Bosonetto.

 

Per saperne di più:

clubtoclub.it

 

 

Claudia Losini

scritto da

Questo è il suo articolo n°175

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