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Intervista ad Antonio Libutti, autore di Con gli occhi al muro

Circa due anni fa mi imbattevo per caso nel trailer di un documentario che faceva una cosa molto semplice, ma tuttavia molto importante, ovvero raccontare gli ultimi 10 anni di graffiti e street art in Italia. I contributi sull’argomento non mancavano, ma Con gli occhi al muro si presentava in modo molto promettente. Solo qualche settimana fa e dopo due anni di lavoro, Antonio Libutti, ha finalmente presentato l’opera completa che si compone di ben 5 frammenti e che racconta molte storie interessanti dell’arte urbana nel nostro Paese attraverso la ricostruzione delle correnti artistiche e dei movimenti sociali, il racconto diretto di chi ha portato il proprio contributo e attraverso lo studio del fenomeno con un occhio a eventi, crew, tendenze e milestone. Raccontarvi Con gli occhi al muro  sarebbe davvero difficile, perchè è solo guardando il film con tutte le scorribande di Antonio che potrete davvero apprezzarne l’essenza e leggere le parole dell’autore vi aiuterà sicuramente ad avere una panoramica più ampia su questo documentario.

 

Antonio Libutti davanti al muro di Nemo's per La Sagra della street art a Vedriano

 

Ciao Antonio, mi racconti qualcosa a proposito di “Con gli occhi al muro”? Chi sei, con chi hai collaborato per realizzare questo progetto e dove è possibile vederlo?

 

Sono un insegnante e un documentarista al suo secondo lavoro. Con gli occhi al muro è un reportage sullo stato della street art in Italia, intendendo per “stato” il modo in cui la street art (nelle sue varie declinazioni) si colloca nella contemporaneità in qualità di espressione culturale. Ricognizione e reportage dunque perché l’indagine è avvenuta attraversando luoghi significativi per l’arte nata e fatta in strada durante il biennio 2014-2015. Questo lungometraggio è frutto di una collaborazione tra professionalità e personalità diverse. Musicisti, writers, muralisti, fotografi ecc. hanno tutti offerto il loro prezioso apporto con la consapevolezza di partecipare ad un progetto complesso: la realizzazione di un documentario che esplorasse la scena italiana in maniera globale, con un approccio divulgativo in piena indipendenza. La scelta di collocare il documentario on line, suddiviso in frammenti, e fruibile in streaming all’indirizzo: www.congliocchialmuro.com, risponde all’esigenza di allargare il più possibile la platea concependo la distribuzione in modo davvero orizzontale, senza intermediari. Insomma, senza fare sofismi, l’idea è: mi interessa, posso vederlo on line. Come responsabile della produzione sto seguendo anche alcune proiezioni pubbliche in programma a partire da giugno, poiché alle associazioni culturali, ai cineclub e a chi voglia offriamo la versione completa adatta alle proiezioni, basta scrivere a congliocchialmuro@gmail.com o contattarci su facebook cercando “Con gli occhi al muro – documentario”.

 

Holy Mother and Child with-upside down Heads, 2008, Ozmo, Ancona

 

Nell’arco degli ultimi due anni, hai attraversato in lungo e in largo l’Italia per incontrare artisti e curatori, indagare movimenti e vedere con i tuoi occhi i luoghi protagonisti della scena artistica italiana.  Visto l’impiego di energie e la cura nel portare avanti un progetto così lungo e articolato, è inevitabile chiederti da dove è nata la esigenza di realizzare questo documentario.

 

Ho creduto fosse giunto il momento di fare qualcosa di divulgativo che inquadrasse le espressioni legate alla street art in maniera organica. Le spinte propulsive fondamentali alla realizzazione devono comunque ascriversi alla mia formazione da storico dell’arte, all’interesse per l’architettura contemporanea e per il documentario d’arte che in Italia ha una tradizione ben precisa, basti pensare ai «critofilm» di Carlo Ludovico Ragghianti e a Luciano Emmer. C’è poi un episodio specifico che mi ha convinto a intraprendere questo viaggio – poiché anche di un reportage di viaggio si tratta – la questione dei murales di Ozmo ad Ancona. Avevo letto su “Il Verri” un’analisi interessante della vicenda, l’iconografia inconsueta di quell’opera aveva creato un po’ di scompiglio in città. Ho capito che le cose stavano cambiando in Italia, che lo stesso concetto di street art – il quale serve per definire un fenomeno complesso – stava attraversando una fase di mutamento. Studiare il fenomeno creativo è stata l’esigenza profonda, in sostanza questo più che un film documentario è uno studio documentato per immagini, musiche e parole. Per me raccontare attraverso le immagini in movimento corrisponde a un itinerario di crescita, ad una sorta di sfida creativa. Ho voluto rinnovare le scelte narrative, misurarmi seriamente con il carattere del racconto cercando l’armonia con la dimensione più strettamente visiva e sonora. Indispensabili sono state le musiche di Ricky Cardelli e Dj Kambo (Funk Rimini), Apes on Tapes, Nocivielementi e Dj Devasto, Zaro33, Ibn Al Youssef; questi brani hanno costituito l’amalgama ritmico e armonico più adeguato alla materia trattata. Per me la sfida è stata questa: riuscire a trovare un equilibrio che diventasse metodo non didascalico.

 

Ericailcane, Rimini 2014

 

Hai cercato di visitare tutte le aree interessate dal fenomeno dei graffiti e della street art ma probabilmente hai dovuto rinunciare ad altre e in ogni caso si suppone che il lavoro finale nasca da una selezione. Come hai scelto le persone con cui parlare e i posti da visitare?

 

Mi sono lasciato guidare dall’interesse e dalla curiosità, ho seguito eventi e avvenimenti che ritenevo importanti. Nel biennio 2014-15 è accaduto che il Meeting Of Styles ritornasse in Italia, che un quartiere difficile di Roma come San Basilio ospitasse importanti lavori di Blu, Liqen, Agostino Iacurci e Hitnes, che Millo dipingesse 2000 mq. di muro in tempo da record a Torino ed è successo che, in due località del Sud, Potenza e Battipaglia, la cittadinanza riscoprisse la meraviglia grazie a un’opera di urban art. Ritengo che negli ultimi due anni siano state organizzate iniziative molto interessanti e che il panorama italiano abbia raggiunto una maturità europea, lo dico con cognizione perché ho avuto la possibilità di visitare anche molte aree europee, dall’Est Europa a città come Barcellona, Lisbona e Berlino.
Per quanto riguarda le testimonianze ho cercato di variare la scelta, ecco quindi non solo le storie di street artist ma anche di curatori, direttori artistici di spazi museali e cittadini. Ho cercato di mantenere saldo il rapporto tra testimonianza e contesto, quindi di lasciare raccontare l’esperienza o il fatto artistico… e qui torniamo alla narratività armonica di cui parlavo prima.
In tal senso considero gli artisti e tutti coloro che hanno accettato di parlare con me comparendo nel documentario, come dei collaboratori poiché assieme a me hanno contribuito a narrare il fenomeno. Ho un po’ di rammarico per non essere riuscito ad evidenziare in modo più compiuto la scena del Sud Italia che ritengo sia in piena evoluzione, iniziative come il BoCa Contest Art sono molto interessanti. Magari provvederà presto qualche altro filmaker, me lo auguro.

 

The Blind Wall, Agostino Iacurci, Sanba 2014

 

È sempre andato tutto come avevi previsto o hai riscontrato mancanza di contenuti in qualcuna delle tappe del tuo viaggio? E, in generale, hai avuto problemi nel reperire informazioni e contatti, o hai avuto imprevisti di diverso genere?

 

Quando sono in strada non seguo regole precise, più che altro cerco di adattarmi e trarre il meglio dalle situazioni che possono capitarmi. Varie volte ho dovuto farmi ospitare in case private per filmare o fotografare le opere murali. La cosa più facile e immediata in questi casi è individuare l’appartamento, citofonare e sperare di essere convincenti. Ho avuto qualche difficoltà nell’estrema periferia di  Lisbona, nel convincere l’assistente di produzione a salire con me in casa di uno sconosciuto per filmare dal balcone un pezzo di How e Nosm, alla fine, comunque, ce l’ho fatta.
Quando ho cominciato, nel febbraio 2014, le street art map on line erano poche, la mia ricerca quindi non è stata così immediata; devo ringraziare tutte le persone che mi hanno accompagnato in giro per le città. Spesso mi sono perso per le vie alla ricerca del “pezzo”, altre volte, come a Torino, ho partecipato a street art tour. È andata bene così, a me piace capitare quasi all’improvviso di fronte ad un pezzo o a un murale che magari ho visto prima solo in formato jpeg.
Ogni volta è una sorpresa, un regalo che la città consegna svoltando l’angolo di una strada.
Credo di aver seguito e documentato momenti significativi insomma, iniziative ben calibrate, organizzate e gestite che hanno prodotto arte in modo intelligente e partecipato.

 

El Niño de las Pinturas, Urban Area 2015, aDna Collettivo

 

Negli ultimi due anni, sei stato un attento osservatore della street art (come fenomeno globale), cosa è cambiato secondo te in corso d’opera? Hai percepito cambiamenti drastici o sottili mentre giravi, montavi e producevi il documentario?

 

I cambiamenti ci sono e ci saranno, è nella natura delle cose. Bisognerebbe forse assumere la consapevolezza di far parte del cambiamento. Fino a pochi mesi fa ci si interrogava sul ruolo della street art nei processi di rigenerazione e riqualificazione urbana, oggi pare più urgente arginare la speculazione fatta sulla street art attraverso mirate strategie di marketing o con mostre azzardate. Una volta i graffiti comparivano sui muri, sulle lamiere dei vagoni e sulle pagine di qualche fanzine, esisteva un film cult dedicato al writing: “Wild Style”. Oggi siamo iperconnessi, c’è internet attraverso cui cercare contatti e reperire un vastissimo campionario di pezzi, stili e influenze. I festival di street art e gli artisti sono tanti e in tutto questo marasma riuscire ad orientarsi è difficile. Sono nati gruppi che vanno a caccia di street art e gli spazi on line dedicati all’argomento sono maggiori e sempre più specializzati. Il mercato è più attivo, a volte spregiudicato, poiché l’interesse generale è in crescita. Insomma sussistono ancora tensioni ma ciò per il mondo dell’arte non è che un bene. Io credo poco alle formule e preferisco la vitalità dell’avvenimento, reputo che alcuni festival storici come Icone a Modena abbiano lasciato traccia, ne vedo altri, attivi oggi e già con esperienza pluriennale, che mi convincono poco. Insomma quando percepisco l’energia di un evento cerco di essere presente. In tal senso una delle iniziative più felici del 2014 è stata sicuramente la Sagra della Street Art di Vedriano e recentemente la jam del 1 maggio 2016 presso le Officine Meccaniche Reggiane, un luogo in cui la memoria storica si rinnova grazie al lavoro di decine di artisti.

 

Antonello Macs, Overline 2015

 

“Con gli occhi al muro” non è un documentario di cui si può facilmente parlare perché va assolutamente visto e da lì continuata una documentazione personale e un approfondimento di ogni fenomeno e di ogni luogo e artista citato. Cosa ti ha lasciato quest’esperienza?

 

In lingua romanì “lacho drom” vuol dire “buon cammino”, per un viaggiatore questo è il miglior augurio. Io ho incontrato altri viaggiatori che mi hanno accompagnato per un tratto del percorso raccontando la propria storia o esprimendo le proprie idee. Attraverso le opinioni di questi viaggiatori ho cercato di identificare e analizzare espressioni artistiche molto varie, soprattutto ho cercato la sintesi, prendendo in considerazione un pubblico che non fosse necessariamente di addetti ai lavori. Credo che chiunque si trovi a guardare i frammenti in streaming o la proiezione pubblica possa evincere un’idea precisa dell’elemento street art in Italia, delle sue componenti e forme, di come la pensano i protagonisti. Forse il vero lascito di questa esperienza è la consapevolezza di aver prodotto qualcosa di nuovo che non può essere esaustivo e conclusivo anzi, questa sorta di perlustrazione è più che mai aperta, come una scena di fuga in yard i cui esiti sono tutti da immaginare.
Ho mantenuto i contatti con tutti i protagonisti di Con gli occhi al muro informandoli sugli sviluppi del lavoro, da parte loro ho avuto massima fiducia. Stimo molto ognuno di loro, li ritengo persone estremamente disponibili e competenti.

 

Ericailcane + Bastardilla,Camposanto di Modena 2013

 

A me puoi dirlo, qual è stata la tua tappa preferita?

 

Più che una tappa preferita ci sono posti a cui sono più legato: a Roma il Forte Prenestino, il quartiere Quadraro e il progetto M. U. Ro., il Tiburtino e San Basilio sono luoghi della mia adolescenza. Le riprese negli spazi del MAAM Metropoliz di Roma mi hanno molto emozionato, il MAAM è un posto unico dove la frenesia di Roma pare dilatarsi in un tempo rarefatto. Anche la tappa a Grottaglie è stata significativa, questa città con il FAME Festival rappresenta un caso unico nella storia della street art italiana, qui sono ancora ben visibili Blu, Ericailcane, Waone, gli ucraini AEC e Vhils. Palazzo Collicola Arti Visive di Spoleto costituisce infine un esempio intelligente di valorizzazione della street art in ambito museale, qui resta viva l’esperienza di “Scala Mercalli”, la prima vera e completa mostra “antologica”della scena street italiana, risalente al 2008.
Sono particolarmente affezionato ai “paesi dipinti” che considero a tutti gli effetti come luoghi da annoverare nel panorama dell’arte italiana nata e fatta in strada, poiché la tradizione del muralismo italiano continua e continuerà sulle pareti di questi 200 borghi.

 

 

Cosa verrà dopo? Hai intenzione di continuare con progetti legati all’arte o pensi di dedicarti ad altri temi?

 

Magari Con gli occhi al muro avrà un’appendice europea, ci sto pensando: per ora stiamo sistemando la versione sottotitolata che sarà disponibile on line a breve. Attualmente  mi trovo impegnato in un altro progetto documentario che riguarda l’architettura. Con la Ganeshadept Produzioni Inesistenti sto seguendo il montaggio di un reportage che ha cominciato a prendere forma l’estate scorsa, lungo la linea di confine che corre tra Slovacchia, Polonia, Ungheria e Romania. In questo caso la tappa iniziale è stata il Symposium internazionale di pittura a Stary Sącz, nella Polonia meridionale. Ho poi una mezza idea per un film, una cosa un po’ folle, una specie di horror politico. Dovrei trovare una produzione capace di assecondarmi, che abbia un minimo di coraggio insomma. Oggi le produzioni vanno per le spicce, sul sicuro, bussando alle porte di qualche Film Commission con in mano un soggetto rassicurante da farsi finanziare. Sono pratiche che non mi appartengono, per Con gli occhi al muro è stata scelta la diffusione on line, in licenza Creative Commons, anche come soluzione che aggirasse queste dinamiche.

 

Con gli occhi al muro | sitofacebook – trailer 2trailer 3 – estratto 1 – estratto 2

 

Maria Caro

scritto da

Questo è il suo articolo n°450

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