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Junk, l’ultimo album di M83, mi ha fatto vivere in una serie tv d’annata

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A chi non è capitato almeno una volta di desiderare di vivere all’interno di un telefilm, dove i dialoghi d’amore si ripetono sempre uguali, gli addii sono accompagnati da una triste sinfonia di sax, dove i buoni sono davvero buoni e i cattivi risultano simpatici, dove le battute sono sempre accompagnate dal suono di risate e applausi finti, e sul finale i protagonisti si allontanano in macchina al tramonto, abbracciandosi?

Sarà per questo che quando ho letto che M83 aka Anthony Gonzalez, avrebbe lavorato sulla nostalgia per le vecchie serie che passavano in tv, mi sono incuriosita.

Junk, infatti, ci porta indietro nel tempo, dentro una sit-com americana degli anni 80, di quelle che guardavamo da bambini o che abbiamo solo intravisto sugli schermi delle tv nelle scene dei nostri film preferiti.

La cosa impressionante al primo ascolto è come ogni pezzo suoni familiare e come ci si ritrovi a scuotere la testa e canticchiare, cercando di ricordare le parole di una sigla che in realtà non hai mai sentito.

M83 al Coachella 2016

M83 gioca con un immaginario televisivo che abbiamo ben saldo in mente, smantella la struttura canonica del telefilm e ricrea una sua sceneggiatura senza tempo, confortante nella sua capacità di raccontare una storia già scritta milioni di volte. Ogni pezzo di Junk ne compone l’intreccio: c’è il duetto per una coppia di innamorati lontani (Atlantique sud), c’è una canzone per un addio (Saturday Night 1987), un intervallo pubblicitario (Moon Crystal) e un finale pieno di speranza, nonostante le avversità – For the Kids, un brano di una tristezza immensa, intramezzato da una voce di bimbo simile a quella che in Hurry up We’re dreaming ci raccontava con leggerezza di rane allucinogene.

 


Vi confesso che ho avuto delle perplessità quando ho letto di questa scelta di cambiare direzione rispetto alle produzioni precedenti, ma in fondo anche i Daft Punk sono stati tacciati di deviazioni sbagliate con Random Access Memory, e invece hanno mostrato, come sempre, di restare nell’avanguardia elettronica, nonostante la svolta pop. Anthony Gonzalez, lontano dalla grandeur evocativa a cui ci aveva abituato, dalle atmosfere shoegaze e dai viaggi cosmici, stavolta ha scritto un disco che, nella sua apparente superficialità, è ricco di emozione e suscita una sincera nostalgia per un passato che forse era sì più scontato, ma molto più genuino e vero. Nel suo giocare con le corde della nostalgia, M83  ha dato la prova di voler sperimentare sempre un suono originale, frutto di una spinta emotiva personale e non costruito su una fama scoppiata all’improvviso (Midnight city) e destinata a durare il tempo di una stagione televisiva.

Claudia Losini

scritto da

Questo è il suo articolo n°174

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