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La cosmogonia di Dardust

Conoscete Dario Faini? Io non lo conoscevo, avevo solo sentito tanto parlare di Dardust, nuovo artista della scuderia torinese INRI Metatron. Cercando informazioni su di lui ho scoperto che Dario, prima ancora di Dardust, ha composto brani per i più importanti artisti italiani (leggi Annalisa, Fedez, Marco Mengoni, Irene Grandi, Renga e… vi lascio googlare tutti gli altri). Nel 2000 nasce il progetto Dario Dust, divenuto poi Elettrodust, proprio per indicare l’influenza elettronica molto presente.

“7” è il disco di Dardust, un nuovo inizio, un viaggio attraverso un universo sonoro che parte da Berlino e arriva fino in Islanda. Sono rimasta molto colpita dalle atmosfere che ha creato il pianoforte di Dario in questo primo disco, e allora ho voluto sapere da dove è nato, questo mondo.

Dardust
Dardust

 

Ciao e benvenuto sulle pagine di ziguline. Posso dirti fin da subito che il tuo progetto mi ha interessato molto? Dardust: il nome è splendido, non solo per l’omaggio a Bowie, ma perché richiama atmosfere cosmiche. E a quanto ho capito il tuo immaginario è molto legato allo spazio, non solo per il nome ma anche per l’astronauta in copertina. Come mai?

 

Dardust richiama l’alieno Ziggy Stardust, le atmosfere cosmiche, ma anche un certo mondo elettronico tendente alla psichedelica con un riferimento al primo disco dei Chemical Brothers “Exit planet dust”. Mi piace immaginare un pianoforte che suona dentro un’ astronave che vola verso il futuro. Dardust è esattamente questo, un pianoforte che richiama temi minimalisti proiettato verso lo Spazio attraverso un certo mondo elettronico.

 

Iniziamo dal principio, visto che siamo in tema universo. Qual è stato il tuo Big Bang? Il momento in cui hai deciso di creare questo progetto?

 

Il Big Bang di Dardust è nato a Berlino agli “Ufo Studio”, tanto per rimanere in tema spaziale. Ero in una writing-session in questo studio vicino ad Alexander Platz con un artista italiano e sono rientrato in contatto con una parte di me che avevo tenuto a bada per molti molti anni. Quella più libera, creativa e non condizionata da schemi, standard e logiche che a volte vanno ad influire sulla creatività.

Così sono tornato a Berlino prima in un appartamentino a “Neukölln” per scrivere, poi ai Funkhaus studios. Torneremo a Settembre a Berlino per un concerto proprio per chiudere il “Cerchio” di questo primo lavoro.

dardust

Questo che è uscito è un primo capitolo di una trilogia. 7 canzoni scritte in 7 giorni e prodotte in 7 mesi. In Guida Galattica per autostoppisti la risposta a tutte le domande dell’universo è 42, la tua è 21?

 

21 è il prodotto di 7 e 3, due numeri sacri, quindi rappresenta la perfezione. Lungi da me tanta presunzione, ma l’aspirazione a raggiungere un mio mondo ideale in 3 dischi di 7 tracce c’è.

 

Citi numerose influenze, da Olafur Arnalds ai Sigur Ros, per arrivare a Jon Hopkins. Proprio di quest’ultimo (che io stimo tantissimo) vorrei sapere cosa prendi e cosa lasci, è l’elemento che ti serve per unire la classica con l’elettronica?

 

Mi piace il modo che Hopkins ha di esplorare gli sfondi e gli orizzonti attraverso i suoi “soundscapes” unici. Mi piace il modo meticoloso e unico con cui lavora drumming e sinth. In “Immunity” c’è anche l’uso del pianoforte e forse è questo che mi ha avvicinato a lui. “Breathe This Air” ad esempio è un bellissimo esempio di incontro tra pianoforte ed elettronica. E non c’è da sottovalutare nemmeno la scrittura pianistica. “Abandon Window” è un gioiello con un’emotività rarissima che la rende unica.

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Di Olafur Arnalds invece si sentono influenze non solo sonore, ma anche visive. MI riferisco a un telefilm di cui lui ha composto la colonna sonora, Broadchurch. Per me il tuo disco ha i toni freddi di una spiaggia inglese, riscaldata dai colori delle finestre accese di notte. Per te che colori ha, il tuo disco?

 

Tonalità dal verde al blu ma anche tanti salti improvvisi dal nero al bianco.

 

Una domanda che mi sono sempre fatta è sull’accessibilità di una musica neoclassica, come quella che proponi. A volte penso di non possedere le chiavi di lettura adatte e purtroppo mi lascio frenare dalle mie limitazioni nelle conoscenze tecniche musicali. Stavolta mi sono lasciata andare e mi sono persa nell’ammirare i paesaggi che suoni. Se mi potessi dare una chiave d’accesso al tuo universo, quale sarebbe?

 

Le conoscenze tecniche musicali servono poco. Ci tengo a dire che “7” è nato nella spontaneità massima. Se avessi avuto il “mondo classico” o “neoclassico” come riferimento sarei entrato in un “Buco Nero” di complessi di inferiorità di fronte a tanta maestosità. Invece ho pensato, niente formule e niente regole. Questo è il mio piccolo cosmo bello o brutto che sia. La chiave di accesso è semplicità assoluta e tanto pop col vestito da sera.

Dardust

“Enjoy the light” è il mio pezzo preferito in assoluto. Dal primo ascolto mi ha parlato di Islanda, di freddo e di immensità. Il disco comincia da Berlino e si chiude (almeno per me) nella terra del fuoco. È un viaggio reale o astratto? Autobiografico o immaginato?

 

Hai colto in pieno. “Enjoy the light” è la traccia che ci porterà al secondo capitolo in Islanda. Parte nella quiete di questi soundscapes di archi che sono la mia traduzione sonora dei landscapes islandesi fatti di aurore, tramonti, pianure e lagune ghiacciate per poi esplodere in questo finale fatto di colpi di cassa sinth e staccati di archi che ne raccontano l’altra faccia primordiale, aggressiva e violenta fatta di vulcani e geyser.

 

Se di viaggio in un universo posso parlare, cosa mi aspetterà nelle tappe successive?

 

Un universo dove oltre la dimensione dello “spazio” anche quella del “tempo” verrà tradotta in maniera più viscerale ed emotiva. Traduzione, più beat più drumming, più energia. Alla conquista dell’universo “club”.

 

Dardust | sito facebook

Claudia Losini

scritto da

Questo è il suo articolo n°175

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