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The Many Lives of Erik Kessels, le nostre vite in mostra

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Qualche giorno fa siamo  stati  a vedere la mostra The Man Lives of Erik Kessels a Torino presso Camera, Centro Italiano per la Fotografia, e abbiamo scoperto una fucina creativa unica, creata dalla mente di Erik Kessels, artista, designer e curatore olandese, con un grande interesse per la fotografia.

Dal 1996 è direttore creativo dell’agenzia KesselsKramer ad Amsterdam, come artista e curatore di fotografia, Kessels ha pubblicato oltre sessanta libri di immagini recuperate, tra cui In Almost Every Picture (2001–15) visionabile a Torino. Dal 2000, è editore della rivista alternativa di fotografia Useful Photography e il suo libro più venduto, Failed It! (2016), è una guida molto utile sull’arte di commettere errori.

 

foto di Andrea Serra

 

La mostra si apre su una raccolta di immagini di piedi, intitolata My Feet: si tratta di fotografie scaricate da internet, un trend mondiale di ritrarre una parte del corpo (spesso brutta) e postarla online. Chi, infatti, almeno una volta in vita sua, non si è fotografato i piedi?

Qui lo spettatore cammina, calpesta le fotografie, le ritrae magari coi propri piedi, e probabilmente le condividerà a sua volta. My Feet ci fa porre un quesito, che porteremo avanti per tutta la mostra: in un mondo saturo di immagini, qual è il confine tra serialità e unicità? E dove risiede la vera arte?

 

Foto di Andrea Serra

 

Accanto alle centinaia di piedi possiamo vedere una raccolta di donne nude con bare, di ragazze in pose sexy con carpe in grembo, foto di persone che mettono in mostra apparecchi dentali e un collage in cui anonime mani mostrano ritratti di antenati. Tutti scatti provenienti da fonti diverse, ma accomunati da stesse tematiche e soggetti.

 

 

Kessels è fautore e artista della fotografia ritrovata, più che un fotografo vero e proprio: la sua attività principale, infatti, consiste nel cercare immagini, comporle in serie di senso compiuto e mostrarle allo spettatore.

Troviamo allora una serie di fotografie comprate in un mercatino delle pulci a Barcellona, tutte ritraenti una donna in posa in vari luoghi di vacanza.

In quegli scatti emerge la semplice naturalezza di un’intimità familiare, di una storia fatta di ricordi e piccoli momenti passati insieme che non si vogliono dimenticare ma che un giorno, non si sa perché, sono stati volontariamente abbandonati nella speranza, forse, che qualcun altro, vedendole, potesse provare le stesse emozioni. Ci troviamo quindi di fronte alla vita di uno sconosciuto, e inevitabilmente ci facciamo domande su chi fossero e se si amassero, se alla fine il lasciare tutto a un mercatino sia stato o meno un gesto estremo. Entriamo, che lo si desideri o meno, nella storia di qualcuno.

C’è una parete intera dedicata agli sforzi di una famiglia di fotografare il loro cane, dal manto troppo scuro per poter essere catturato al meglio da qualche scadente pellicola analogica: questo cagnolino nero diventa quasi un’entità fantasma, una presenza fisica ma allo stesso tempo impalpabile (non si vedono mai i suoi occhi), fino all’ultimo scatto, dove la troppa sovraesposizione ci rivela la sua espressione allegra e affettuosa. O una coppia di signori che fotografa il loro dalmata, con immagini degne di Erwitt che lo inquadrano all’interno di una macchina, o mentre è intento a dare un bacio alla vecchia signora.

 

 

Non riusciamo a rimanere indifferenti a nessuna immagine, perché rivediamo in esse una parte di noi, del nostro trascorso o delle nostre famiglie.

Nelle serie In almost Every Picture troviamo inoltre veri e propri lampi di genio: una donna a cui piace farsi fotografare ben vestita in acqua, la proprietaria di un tiro a bersaglio che colleziona polaroid di chi colpisce il centro (sempre la stessa donna, per anni, quasi una star), lo stesso coniglio con in testa oggetti ogni volta diversi.

Chi decide che queste persone, al contrario di fotografi professionisti, non possano essere glorificati in una mostra?

Ma non solo, Kessels dà importanza all’errore: e allora una serie intera è dedicata a quelle foto che tutti butteremmo, quelle dove il pollice diventa il protagonista assoluto della scena, a volte raggiungendo livelli al limite dell’astrattismo; oppure a quegli scatti sovrapposti per errore nel rullino.

Difficile comprendere le motivazioni di questa minuziosa opera di ritrovamento e collezionismo, almeno al primo impatto. Kessels è un ladro di vite altrui? O è un esaltatore del senso artistico del singolo? Vuole mostrarci come l’estetica si sia uniformata e appiattita, o vuole valorizzare l’originalità e la personalità di illustri sconosciuti?

 

 

 

24hrs of Photos colpisce lo spettatore per la mole imponente di fotografie che si riversa, come una valanga, all’interno di una stanza. Sono tutte immagini pubblicate su Flickr  in un unico giorno, il 4/10/2011. Siamo tutti lì, dentro quella montagna di volti, paesaggi, gesti e scorci che la nostra mente ormai è fin troppo abituata ad assimilare, rendendo sempre più labile il confine tra realtà e visione, tra amatoriale e professionalità.

“Ormai siamo tutti fotografi”, dicono in tanti. “Siamo tutti artisti”, dichiara invece Kessels.

Ed è qui che si coglie il significato di vent’anni di attività di Kessels: il trovare nella quotidianità la magnificenza, l’arte, la libertà pura di espressione per insegnarci che non è necessario essere un talento rinomato, per poter raggiungere lo status di artista.

 

Foto di Andrea Serra

 

Scarlett Johansson, in una scena di Lost in Ttranslation, dice “Mi sono messa a fare fotografie, ma sono mediocri. Sai, ogni ragazza attraversa una fase – la fotografia – con la fissa dei cavalli… o fa foto dei piedi”. Kessels, nella sua opera di ritrovamento e collezione, vuole dimostrare che tutti noi, nel nostro piccolo, in realtà siamo geni inconsapevoli e creatori di opere che forse, un domani, saranno trovate ed esposte in un museo.

 

The Many Lives of Erik Kessels | sito

Claudia Losini

scritto da

Questo è il suo articolo n°175

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