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Magid il persiano di Francesco Maria Conte

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Era il 1998, in cinque siamo rimasti fuori dall’Università, avevamo stampato volantini contro il regime islamico. “Non sei obbligato a fare una scelta piuttosto che un’altra”, dice Maometto, allora come è possibile che chi sceglie di non essere mussulmano può essere ucciso con diritto da un religioso, per il solo fatto di essere un infedele? Eravamo testardi, dei ragazzi, non potevamo accettare vie di mezzo, e allora abbiamo messo uno striscione inneggiante la libertà di scelta davanti all’Università. Poi c’è stato passaparola, venivano anche da altre facoltà, siamo finiti per essere più di diecimila, si è saputo in tutto il mondo, il regime non lo poteva accettare, e davanti alle nostre case hanno iniziato ad aspettarci gli hezbollah. Puoi riconoscerne uno in mezzo a cento. Quando volevamo stare con le nostre ragazze, uno di noi, a turno, si incaricava di controllare che non venisse un uomo del governo a spiarci.

foto di zoghal | http://www.flickr.com/photos/zoghal/

Abbiamo detto ai nostri parenti di mandare soldi in un luogo sicuro e così siamo fuggiti verso nord, ancora eccitati dal casino combinato. Mia madre invece era impaurita, e mi ha consigliato di uscire dal paese, perché la tensione non calava affatto con i giorni che passavano. La mia madre naturale in verità è morta dandomi alla luce, e mio padre si è sposato un anno dopo. La nonna materna ha voluto tenermi con sé fino a 13 anni, che bella donna. Poi sono andato a vivere con mio padre, un uomo furbo, aveva il business nel sangue. Mia madre vive grazie alle case che lui aveva comprato. Noi persiani sappiamo come fare soldi, appena arriviamo da qualche parte subito cerchiamo un modo per guadagnare. Non potevamo più rischiare di essere scoperti, e allora abbiamo deciso di attraversare il confine tra Iran e Turchia. In un paesino tra le montagne abbiamo trovato dei curdi disposti ad accompagnarci in jeep senza dover passare la dogana, e una volta oltre il confine ci siamo fatti mettere dei timbri postdatati sul passaporto, in modo da restare più dei tre mesi concessi senza visto. Ci siamo divertiti girando la Turchia, in attesa che le acque si calmassero. Dopo sei mesi di discoteche e viaggi, però, diventavamo sempre più nervosi, e una sera abbiamo deciso che due di noi sarebbero tornati a Teheran per vedere come buttava laggiù; ognuno doveva spezzare uno stuzzicadenti, e i due con quelli più corti sarebbero partiti per l’Iran. Nei mesi successivi noi tre rimasti tentavamo ogni giorno di sapere cosa fosse successo agli altri, ma erano scomparsi, nessuno sapeva nulla. Cinque anni di prigione, mi hanno poi detto i miei familiari. Avevamo il sogno di andare in America, ma prima dovevamo raggiungere l’Europa, e allora abbiamo preso un aereo per Sarayevo, la guerra stava finendo, costava tutto pochissimo, potevamo fare grande business nella città che rinasceva, ma un persiano che avevamo incontrato lì ci ha consigliato di andarcene poiché prima o poi ci avrebbero scoperti. L’Iran dava armi alla Bosnia, e Sarayevo era piena di spie, che per poco non ci avrebbero fatto arrestare, se non fossimo subito scappati verso nord, con tre passaporti falsi procuratici dal persiano, 7500 euro ciascuno. In due eravamo portoghesi, l’altro spagnolo. Siamo saliti su un pullman e ci siamo seduti distanti uno dall’altro. Al confine quello con il passaporto spagnolo è stato fatto scendere, poi l’altro, e infine io. “Parla portoghese”, mi ha detto il poliziotto, e io subito ho iniziato a parlare in Farsi, volevo fare l’attore prima di scegliere legge. Gli altri stavano lì impacciati, e sono stati rimandati indietro.

foto di Hapal | http://www.flickr.com/photos/hapal/

Arrivato in Croazia ho subito commesso l’errore di andare in albergo, e mi hanno arrestato la notte stessa, riportato in Bosnia e lasciato in gabbia da solo per due notti. Tre mesi sono stato in galera in Bosnia, insieme a due ragazzini tunisini in preda agli ormoni. Una volta uscito sono tornato dal tipo persiano, e con altre 35 persone siamo partiti di notte in mezzo ai boschi tra Bosnia e Croazia. Una ragazza ha partorito la prima notte, nel bosco. Poi c’era un’altra ragazza, bellissima, più bella di una modella, e il fidanzato oppiomane. Uno dei due croati che ci accompagnavano a cavallo ha spinto il fidanzato e si è portato via la ragazza. Erano armati, e noi avevamo tutti paura, ma io ero troppo stufo, e incazzato nero. Ho preso un bastone e quando è tornato il croato con la ragazza ferita ho cercato di colpirlo, ma gli altri sono rimasti fermi, e in quattro mi hanno picchiato, i croati.
Dopo il bosco ci hanno caricato su un camion, ma un tipo ha cagato in un sacchetto di plastica poi buttato sull’autostrada, e così ci hanno scoperto anche questa volta, e rispediti indietro. Mi sono ritrovato di nuovo a Sarayevo, ma stavolta ero deciso ad andare da solo, anche se il persiano credeva fosse un suicidio. Da noi si dice che ci sono persone che guardano, persone che parlano e persone che fanno. Ho camminato per tre mesi da solo, dalle sette di sera fino all’alba, per non farmi scoprire. A Zagreb un ragazzo mi ha ospitato per una settimana dalla sua famiglia, e poi sono ripartito verso la Slovenia, dove avrei potuto chiedere asilo politico. Camminavo senza lavarmi mai, con un piccolo zaino e la barba lunga. Per tre giorni ho continuato a girare in tondo, perso in un bosco al freddo, mangiando ghiande e foglie. Alla fine sono arrivato davanti a un fiume, era più o meno il tramonto, e dall’altra parte c’era la Slovenia, ma io non sapevo nuotare. Un vecchio, vedendomi ha iniziato a urlare che avrebbe chiamato la polizia. Mi sono inginocchiato davanti a lui, e l’ho convinto a non denunciarmi. Ho lavorato tutto il giorno sulla sua terra, la moglie mi ha dato da mangiare, e mi sono messo a dormire nella stalla. La notte mi sono sentito scuotere, “dovrò innaffiare la terra”, ho pensato senza forze, e invece un amico del vecchio era pronto con la barca per portarmi in Slovenia. Lì mi hanno dato asilo politico, e ho ritrovato i miei amici arrivati da tempo: controllavano ogni giorno i nomi dei nuovi arrivati nel campo di accoglienza, per vedere se c’ero anche io. Lì abbiamo iniziato a fare business, vendevamo carte telefoniche, tè, e le valigie abbandonate da quelli che cercavano di entrare in Italia illegalmente. Arrivavano 1500 persiani ogni notte, e per superare il confine italiano dovevano passare sotto dei treni in sosta, dove la polizia non controllava, e allora non potevano portare con sé le valigie, e le lasciavano ad altri persiani, come noi.

foto di Zoghal | http://www.flickr.com/photos/zoghal/

Dalla Slovenia sono andato a Londra per trovare mio zio, è diventato miliardario lui, però non mi piaceva lì, troppo freddo, e allora sono partito per l’Italia. Appena arrivato alla stazione di Torino ho visto tanta gente senza tetto, e ho pensato che qui si morisse di fame, ma ho tentato la fortuna. Ho iniziato a restaurare tappeti, ma la bottega è fallita perché i due soci persiani con cui avevo aperto il negozio si dimenticavano di assicurare tappeti costosissimi, prelevavano soldi dalla cassa e utilizzavano il telefono del negozio come call center per le proprie amiche sudamericane. Dopo aver lasciato 26000 euro di bolletta telefonica da pagare, hanno ritirato tutti i crediti dagli altri commercianti, e sono scappati in Svezia, per quanto ne so.
Tutto è stato un viaggio, qui, fidanzato con un’italiana facevo la bella vita comprando auto e regali, poi ho dormito sotto i ponti perchè la mia donna aveva abortito senza il mio consenso. Ora faccio il saldatore, e come lavoro io non lavora nessuno nella mia azienda, c’è un sacco di lavoro da fare, e poi mi piace, è una specie di arte, mica tutti sono capaci di costruire una marmitta. Hanno commutato i cinque anni di galera in 100000 euro di multa, ma non voglio tornare in Iran, vorrei andare in America, lì sì che si fa business da tutte le parti. Sfortunatamente, con il mio asilo politico posso andare dappertutto tranne che in Iran, Usa e Canada. L’Italia però mi piace, è il mio paese preferito, belle ragazze e poi non si sta male qui, solo che gli stranieri che vengono sono tutti senza ambizione, di livello basso, e quindi l’economia non va. Da un po’ di tempo abito con una peruviana maleducata di dieci anni più di me, per farmi stare lì voleva che andassi a letto con lei, ma mi sono stufato, voglio cambiare casa. Ha una figlia davanti alla quale beve e fuma, da noi si dice che una chioccia che non porta dietro di sé i pulcini non è una buona madre. Non posso amare una così, e allora sono andato a cercare nuove case, ma quelli mi chiedono sempre se sono sicuro di poter pagare. Non sanno mica di che pasta siamo fatti, noi persiani.

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Francesco Maria Conte – nato a Fiesole (Fi) l’11/10/1981 laureato in Filosofia a Torino, giornalista professionista dal 2008, ha pubblicato un libro a quattro mani con Francesca Magnabosco, intitolato ‘Canto a due voci: Viaggio in Brasile’. Vive ad Ancona, in cui anima l’associazione creativa Atopos. Sta per laurearsi in Scienze politiche presso l’Università di Macerata.

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Il gran capo

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Questo è il suo articolo n°3455

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