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Medea echeggia nella Gravina Sotterranea

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Cos’è il dolore, se non una donna che urla da mille bocche? In Med-ea le bocche urlanti sono sei, quelle delle protagoniste di questa performance teatrale, rappresentata negli spazi ancestrali e onirici di Gravina Sotterranea, a Gravina di Puglia. Loredana Savino, ideatrice e autrice insieme a Fabio Caruso di questo spettacolo, Antonella Lacasella, Marialuisa Capurso, Cristina Lacirignola, Marta Gadaleta e Rosalba Santoro ci costringono a guardare le loro voci e ci guidano verso il tragico epilogo della vendetta, passando attraverso la stretta e luccicante strada della follia.

Medea - foto di scena di Natascia Abbattista

Il mito rappresentato è arcinoto: Medea, donna/maschio dai magici poteri, si innamora di Giasone, lascia la sua patria ed aiuta l’amato a conquistare il mitico Vello d’oro, che nessun uomo era in grado di conquistare solo con le proprie forze. Giasone si stabilisce a Corinto, dove decide di ripudiare Medea e abbandonare i figli avuti da lei per sposare Glauce, la figlia di Creonte re di Corinto. Medea, accecata dal dolore e dalla follia si vendica, uccidendo Glauce e Creonte, ma questo non basta. Deve infliggere a Giasone il dolore più forte e duraturo: ucciderà i suoi figli. È per rievocare tutto ciò, che qualcuno ci conduce sotto la terra di Gravina, nel buio più accecante, saturato dalle voci folli e melodiose delle sei Med-ea, che intonano il loro dolore, rannicchiate in una specie di loculi funebri.

Medea - foto di scena di Natascia Abbattista

Il buio iniziale viene squarciato dalla luce di parole folli. La follia questo è, una luce guida nel buio notturno del dolore, è un girotondo cieco attorno a se stesso, fatto di capelli strappati, sigarette spente sul bracciolo di un divano, macchie di cioccolato, mangiato a morsi. Nella mia iniziale, mascolina incomprensione del senso generale, ripenso alle parole di Loredana, femmina sopra ogni altra femmina, che ho intervistato qualche giorno prima davanti a più di una birra: “fare Medea oggi significa smettere di sentirsi dire che la vendetta è un sentimento. Vogliamo che le persone non giudichino senza sapere le ragioni di certi comportamenti”. E allora smetto di domandarmi se la vendetta di Med-ea sia giusta o sbagliata e mi abbandono alle reazioni mute del mio corpo, che come una spugna assorbe la dolorosa umidità del sottosuolo e l’umido dolore delle sei Med-ea.

 

 

Riemergo alla luce rigido, quasi tremante, con la voce, che si è fatta bassa e sibilante, in segno di rispetto per il dolore e la follia. Solo dopo un po’ di tempo questa strana rigidità fisica si scioglie in una gran sete di birra.

Testi di Mariano Alterio.

Mariano

scritto da

Questo è il suo articolo n°2

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