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Musica e Territorio, un’indagine sulle geografie sonore

Non proprio per caso mi sono ritrovata a passare una giornata, rivelatasi poi tra le più belle della primavera romana di quest’anno, al Palazzetto Mattei in Villa Celimontana, lo splendido palazzo che risale alla fine del ‘500 contornato da giardini silenziosi sorti su un sito di età traianea e trasformati nei secoli sino ad oggi. Lo scorso 28 maggio la Società Geografica Italiana che risiede in questa cornice incantevole, ha organizzato un workshop di tutto rispetto, dal titolo Musica e Territorio, programmato dal gruppo di lavoro Agei (Associazione Geografi Italiani), con l’organizzazione scientifica a cura di Elena dell’Agnese e Massimiliano Tabusi e con un comitato scientifico formato da geografi, professori universitari, ricercatori, studiosi e scrittori della geografia nel suo variegato complesso mondo di sfaccettature.

Diversi incontri si sono susseguiti, tutti hanno posto al centro della discussone la relazione fra musica e luoghi di produzione e di ascolto. Delineando da qui una geografia degli stili musicali, secondo la tradizione di studi statunitense da un lato, e quella della connessione fra gli spazi di ascolto, dall’altro. Ma durante la giornata dei lavori, vari i focus su soundscape quotidiani, su festival e cluster produttivi, nonché sull’analisi dell’uso della performance musicale utile soltanto a occupare e rivendicare spazi pubblici residuali, complice qui, l’infinito discorso fra partecipazione e resistenza. E inoltre, tra i temi proposti vi è stato grande dibattito sull’uso di testo e musica come “geo-grafia” ovvero come rappresentazione evocazione dei luoghi (si pensi per esempio alla musica e il senso del luogo che c’è In the Ghetto di Elvis Presley o in The River di Bruce Springsteen).

Si è parlato anche della possibile connessione fra costruzione musicale e identificazione etnico/culturale: la musica come confine e il suo – possibile – superamento. Moltissimi gli interventi interessanti, senza dubbio quello di Caterina Cirelli e Teresa Graziano: “Cento Sicilie: suggestioni identitarie, immagini di paesaggio e impegno civile nei cantautori dell’isola” dove si è analizzato l’immaginario poetico di alcuni cantanti mainstream come Carmen Consoli, Franco Battiato e Roy Paci. Si è discusso però, anche degli appartenenti alla nuova scuola cantautoriale siciliana, composta da artisti che intessono la trama delle loro canzoni con rievocazioni identitarie, metafore di paesaggi, scampoli di dialetto, iconografie di un’isola rivisitata, declinata in un’ottica aperta alle contaminazioni culturali. Dunque, da un lato, si ripercorre il filo che tiene uniti autori differenti per stile linguistico e rappresentazioni di paesaggio, dall’altro, si vuole finalmente discutere sull’iconografia stantia di una Sicilia immutata nel tempo, e sull’eccesso di identità che quasi tutti gli artisti della musica hanno trascinato, a volte a fatica, nel pop nazionale.

Eccezionale poi l’intervento chiamato “Cartoline sonore. Rappresentare i luoghi dal punto dell’ascolto” curato da Lorena Rocca e Alessandro Fagiuili, in cui viene ricordato ai partecipanti che il suono è patrimonio immateriale riconosciuto tale dalla Convenzione per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Intangibile (nel 2003) e che esso costituisce il potente simbolo sociale, che diventa motore di identità territoriale, e che contribuisce a definire un territorio. Durante questo intervento erano presenti alcuni studenti liceali di Padova che hanno suonato (come quartetto d’archi) alcuni pezzi da Glazunov a Dvorak cercando di ricercare all’interno di queste “cartoline sonore” un’atmosfera, un dove e un quando, guidando i presenti verso un “punto d’ascolto” che potesse essere evocativo dal punto di vista territoriale, ma anche esempio del meticciamento che gli autori dei brani, provenendo da tutti altri mondi e territori, portano con sé.

Moltissimi i focus interessanti, gli interventi sul Flamenco, visto come “l’arte degli incontri”, o quelli sul Raggae visto come icona de “la globalizzazione della musica giamaicana”. Molto attuale l’intervento di Donatella Privitera su “il rap e i diritti dei migranti”, oggi vi è un riconoscimento tra critici e studiosi: la musica è parte della vita pubblica in modo davvero significativo, perché entra nelle trasformazioni sociali e politiche. Il Rap nato negli USA è diventato un genere affermato ovunque, e la versione “underground” dello stesso continua ad essere il veicolo di idee, di denuncia sociale, entrato con forza nell’opinione pubblica, in particolare in quella dei giovani. Da qui gli esempi dei nuovi rapper come Mike Samaniego il romano-cino-filippino o l’esempio di Amir, che rappresentano un Italia diversa, una condizione sociale provvisoria “… un italiano non è necessariamente bianco ma può essere di carnagione scura, avere occhi a mandorla, avere capelli afro…” da un pezzo di Amir.

Tra gli altri interventi sicuramente mi ha colpito quello di Chiara Giubilaro, dal titolo “The anti-establishment blues: la doppia geografia di Sixto Rodriguez fra marginalità e sovversione”. La vicenda biografica di questo musicista si muove in due luoghi diversi: Detorit e Cape Town. Rodriguez è figlio di un operaio messicano immigrato negli Stati Uniti negli anni ’20, trova l’ispirazione per la sua musica nelle strade più degradate della città, trovando spazi quasi “assurdi” per le sue esibizioni. Alla fine dei ‘60 viene notato da un discografico, pubblica due dischi ma non ottiene successo, l’etichetta che lo aveva accolto lo scarica senza problemi, Rodriguez decide così di tornare al suo lavoro di operaio. Ma quando una ragazza, atterrando a Cape Town portava con sé una delle rarissime copie vendute del suo album d’esordio Cold Fact diede luogo, casualmente, a uno dei più grandi successi della storia musicale sudafricana durante l’Apartheid. Il disco si diffuse così dentro le case, nei bar, ovunque, consacrando Rodriguez a “inconsapevole” icona musicale dei movimenti anti-Apartheid. Con la sua tagliente critica al sistema (che era passata inosservata negli stati americani) trova una risonanza incredibile in Africa, confermando la vitalità che tiene insieme la musica e lo spazio. Soltanto 30 anni dopo l’incredibile discografia di Rodriguez viene ricomposta, grazia a due giornalisti sudafricani.

Il dibattito della speciale giornata geografico-musicale si è spostato poi sugli etnomusicologici, che sono arrivati tardi, perche le identità musicali sono più mobili di prima, non solo per internet (o per la world music, a detta di qualcuno) ma per le forme musicali stesse, che esprimono in fondo, questo forte attaccamento ai luoghi, la musica è così versatile in tante situazioni. Moltissimi altri gli interventi intriganti, come quello sulla nuova scena indie torinese curato da Matteo Puttilli, o quello sui talent show musicali tra omologazione musicale e appropriazione locale, passando anche dal passato nell’intervento di Andrea Perrone con “I canti della grande guerra e l’identità nazionale. Territorio e memoria condivisa, un binomio inscindibile.” Un’esperienza magica quella di questo workshop, nascosto in un palazzo che racchiude tesori unici (come la bellissima biblioteca e la sala lettura) e silenzi non abitudinari della caotica Roma. Così magica, che a un certo punto è spuntato anche Mogol, intervistato da uno degli organizzatori, racconta di quanto la scrittura dei suoi brani più famosi sia fortemente legata ad alcuni territori, a volte condannandoli, a volte esaltandoli nel loro sapore inconfondibile. Quando lo stesso Mogol, legge ad alta voce nella sala gremita, alcuni passaggi del testo di “Mediterraneo” che ha scritto per il cantante Mango, la sala si zittisce, i visi diventano rilassati e più leggeri, e la mente di tutti è avvolta dalle onde del mare:

 

Bianco e azzurro sei, con le isole che stanno lì, le rocce e il mare, coi gabbiani, Mediterraneo da vedere, con le arance, Mediterraneo da mangiare, la montagna là, e la strada che piano vien giù, tra i pini e il sole, un paese, Mediterraneo da scoprire, con le chiese, Mediterraneo da pregare, siedi qui, e getta lo sguardo giù, tra gli ulivi, l’acqua è scura quasi blu, e lassù, vola un falco lassù, sembra guardi noi, fermi così grandi come mai, guarda là, quella nuvola che va, vola già, dentro nell’eternità, quella lunga scia, della gente in silenzio per via, che prega piano, sotto il sole, Mediterraneo da soffrire,sotto il sole, Mediterraneo per morire, siedi qui, e lasciati andar così, lascia che, entri il sole dentro te, e respira, tutta l’aria che puoi, i profumi che senti anche tu, sparsi intorno a noi, guarda là quella nuvola che va, vola già dentro l’eternità


Per un attimo sono riuscita a dimenticar quel Mogol, quello della Siae, quello antipatico. Io che non sono mai stata né una sua fan né tanto meno di Mango. Cosa mi succede allora? Sento queste parole e riesco a vedere solo il nostro grande mare, riesco a sentire il profumo dei pini. Improvvisamente vedo quell’amore accogliente, dentro questa canzone, quello che abbiamo dimenticato, quello che potremmo dare alle anime migranti che attraversano queste acque e che troppo spesso rimangono intrappolate dal blu profondo degli abissi. Mediterraneo da soffrire, t’ho visto adesso. Ecco, ora ho trovato il senso compiuto di questa giornata, ho sperato ancora tantissimo nella musica, e nell’uomo.

Manuela Maiuri

scritto da

Questo è il suo articolo n°46

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