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Un viaggio Nel paese dei Coppoloni con Vinicio Capossela

Si parla di:
“Coloro che non hanno radici, che sono cosmopoliti,
si avviano alla morte della passione e dell’umano: per non essere
provinciali occorre possedere un villaggio vivente nella memoria,
a cui l’immagine e il cuore tornano sempre di nuovo (…)”
E. De Martino, da: Il mio villaggio, di Albino Pierro, 1959

foto di Valerio Spada

La notizia che a breve il nostro caro e maltrattato cinema ci proporrà la prima opera che vede protagonista l’eclettismo di Vinicio Capossela mi riporta alla memoria notti estive in cui sotto palchi infuocati riecheggiava il frastuono di balli e canti dal sapore folcloristico. Vinicio Capossela è uno degli artisti italiani più apprezzati nella mia terra, l’Irpinia, un po’ perché siamo a due passi dalla sua, proprio quel “paese dei Coppoloni” di cui parla il film, un po’ perché lo seguiamo da tempo, da quando era ancora sconosciuto nel panorama musicale nazionale ma già amato qui da noi.

Il 19 e 20 gennaio nelle sale sarà proiettato Vinicio Capossela Nel paese dei Coppoloni, un film diretto da Stefano Obino e ispirato a un viaggio fantastico nell’Alta Irpinia, un luogo sconosciuto ai più ma che anche grazie alle sempre più ripetute incursioni emotive e festaiole dell’artista ha recuperato un po’ della fama che meritava. Negli ultimi cinque sei anni, infatti, il cantautore ha cominciato a frequentare sempre più spesso l’Alta Irpinia forse preso dal bisogno di ricongiungersi alle proprie origini – il padre è di Calitri e la madre di Andretta – o forse per il desiderio di ridare vita a questi luoghi socialmente ed economicamente desolati ma con una storia e una qualità della vita al di sopra di ogni immaginazione. Probabilmente questo percorso era cominciato nel 2009 quando il governo Berlusconi dichiarò di voler costruire una discarica sulla piana del Formicoso, già tra l’altro sfregiata dall’eolico, e lui in tutta risposta organizzò un grande concerto per protestare contro questa decisione. Fatto sta che da allora Vinicio è tornato sempre più spesso nell’Alta Irpinia e il primo prodotto di questo circumnavigare il suo passato è rappresentato dalla creazione dello Sponz Festival, festival dei matrimoni e delle feste antiche e in seguito dalla pubblicazione del libro Nel paese dei Coppoloni.

foto di Valerio Spada

Il film è stato presentato come un viaggio mistico – carattere predominante nel lavoro dell’artista già da qualche anno – nelle terre dette “dell’osso”, un viaggio musicale ma anche spirituale. L’entroterra campano, per definirlo in modo ampio, è un territorio davvero interessante è intriso di cultura popolare, storie di altri tempi, miti e leggende sull’estremo confine tra realtà e immaginazione, sfido dunque a non riuscire ad amarlo e soprattutto a non trovare ispirazione per dare vita all’arte. Capossela è un artista talentuoso, un introverso che, con il mezzo della musica, della poesia e dei gesti riesce perfettamente ad interpretare questa terra. L’ho visto con la sua musica, con i suoi concerti (non dimenticherò mai la sua esibizione all’Arena Flegrea di Napoli né il fantastico concerto di chiusura dell’Ariano Folkfestival 2009 in cui mi sono fracassata un piede) con il teatro o semplicemente con le sue scelte di vita.

foto di Valerio Spada

Insomma, mentre il mondo da vita allo smartwatch e a Tinder, la saggezza e le storie di Vinicio Capossela rimangono attuali ma lontane, narrano quelle vite di sempre e quelle storie antiche, “parlano parole”. Il mondo di Capossela è il mio mondo ideale, quello di bar desolati con insegne antiche che ti offrono solo un paio di prodotti, quelli di sempre, e al massimo un mazzo di carte, è quel posto in cui le mamme e le nonne sono le mamme e le nonne di tutti, è quel luogo dove il barbiere è l’anfitrione di un salotto e una dimensione in cui il tempo scorre lento.

 

 

Il film giace a cavallo tra il libro in cui l’artista interpreta lo spirito di Calitri e il territorio circostante e Canzoni della Cupa, il disco che uscirà a marzo. Il film è distribuito da Nexo Digital e prodotto da LaEffe e La Cupa.

Maria Caro

scritto da

Questo è il suo articolo n°444

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