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Paola Pivi, il karma ed il popolo degli Inuit

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Paola Pivi è una famosa artista contemporanea milanese che vive da qualche anno ad Anchorage, in Alaska con il popolo degli Inuit. Le ho parlato per la prima volta in vita mia al Festival dell’Arte Contemporanea di Faenza e conoscerla mi ha fatto un effetto incredibile. Credo sia stato proprio il suo “karma” a farmi questo effetto. Avevo preso posto in prima fila, per l’incontro che Paola ha avuto con il suo pubblico al Festival, peraltro eccezionale per la sua natura riservata e silenziosa. Non riuscivo proprio a capacitarmi del fatto che tra una domanda e l’altra continuava a posare lo sguardo nella mia direzione.

Paola approfittava delle pause in cui prendeva la parola il suo intervistatore per rivolgermi enormi pacifici sorrisi. Avevo sentito parlare di lei come “quella che aveva riempito uno dei vecchi magazzini della stazione di Porta Genova di Milano con 60 animali bianchi, un aereo da guerra Fiat e altre centinaia di cianfrusaglie”. Detto così sembrerebbe cosa da nulla, ma quel lavoro, coraggiosamente organizzato dalla Fondazione Trussardi credo sia rimasto nella storia delle esposizioni milanesi. Mentre pensavo a questo i sorrisi inspiegabili di Paola Pivi continuavano a meravigliarmi e insieme rapirmi. Era come se mi volesse dire “E’ tutto davvero ok”. Ripensavo infatti a tempi non sospetti della mia vita in cui capitavo quasi per sbaglio alle mostre di arte contemporanea. Correva l’anno 2006 e io mi aggiravo pivella, appena sbarcata in città. Ricordo il lama che mi guardava sospettosissimo, il coniglio che rotolava goffo, il cavallo dare bacini sulla coda all’oca e le pecore leccare il muso dell’aereo militare AS 116 Fiat, immenso e capovolto in fondo al magazzino.

My religion is kindness, thank you, see you in the future” era il titolo del lavoro di Paola, e io mi sentivo a casa in quell’habitat misterioso più che fuori in una gelida Milano pre-natalizia. Le domande curiose e insistenti del pubblico venivano intanto interrotte dai suoi sorrisi ormai evidenti e amorevoli, e dietro di lei, enormi, le immagini proiettate di “One more cappuccino then I go” dove una meraviglioso leopardo si aggira indifferente tra centinaia di cappuccini finti. Poco prima che l’incontro si stesse per concludere proprio mentre Paola chiedeva al pubblico di accettare che suo marito spiegasse il titolo di una delle sue opere, distolta dal pensiero dei cappuccini finti, mi accorgo che seduto a fianco a me, un simpatico giovane signore stringe il microfono tra le mani e imbarazzato sibila ” mhm…you wanna kill me ..? “. Karma, il marito di Paola Pivi è un timido musicista tibetano nato in India, cresciuto nel monastero di Kathamandu in Nepal trasferitosi in Alaska dopo aver sposato la causa del genocidio Inuit, parla imbarazzato al pubblico del teatro comunale di Faenza, dei titoli che ha dato alle opere di sua moglie, in un inglese contratto e spremuto da chi abituato a pronunciare parole in lingua inukitut, sua moglie che lo guarda, innamorata e incantata, annuisce e poi e si lascia andare in un grande gentile sorriso.

Laura L.

scritto da

Questo è il suo articolo n°36

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