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Performer per un giorno

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Ieri sera ho assistito ad Anamorfosis, uno spettacolo del Fringe Festival E45, la rassegna teatrale che si muove parallelamente al Napoli Teatro Festival e che per quanto si mormora in giro è molto più interessante di quest’ultima. Nella Chiesa di Pietrasanta mi sono detta che a me piace il teatro e ho fatto anche qualcosa di più, mi sono chiesta il perché. L’esplosione di emozioni che investe l’attore che se ne sta in posa sotto i riflettori mi riempie d’invidia, ma non fraintendetemi non è il mio egocentrismo che parla. Quello che gli invidio è il sudore della fatica, le vene gonfie sul collo e le lacrime che gli bagnano il viso. Mi piacerebbe urlare di essere “Angelo, un disoccupato prepensionato al quale la paura ha bloccato le gambe”. Sì, il teatro è una scarica di adrenalina ed io vorrei arrabbiarmi, urlare, piangere disperata o ridere di sarcasmo per qualcosa che non mi appartiene, lo trovo liberatorio. Ho dunque maturato l’insana idea di fare l’attrice, in forma decisamente censurata, e ho finito per prendere parte come figurante ad Untitled, la performance di Teresa Margolles nell’ambito di Corpus, Arte in azione. Così oggi sono stata parte di un’ opera d’arte.

foto di Luisa Baffa

Tutto comincia con le telefonate del pittoresco Diego, il quale mi ricorda che “Alle diciassette e trenta devi essere al Madre per la performance”. Tutto si basa sull’esigenza di sensibilizzare il pubblico sulle decine di persone che ogni giorno vanno ad allungare le file di morti ammazzati in Messico, in particolare a Ciudad Suarez, a causa del terribile narcotraffico che lo affligge. Alle diciotto, correndo, finalmente arrivo e Diego mi spiega qual è lo scopo della performance e cosa dovremo e non dovremo fare. Seduti su delle pedane o direttamente sul pavimento della sala polivalente, circa centocinquanta persone, compresa l’artista, aspettano l’orario di apertura.
Il nostro mormorare, il “murmullo” come mi ha spiegato la Margolles, serve non solo ai visitatori ad avvertire la nostra presenza, dato che per i primi quaranta minuti il buio impedisce di vedere qualsiasi cosa, ma soprattutto a simboleggiare le voci delle vittime di questa strage silenziosa ma devastante. Dopo questo tempo una sola fioca luce andrà a illuminare il centro della sala dove, uno per volta, ci alziamo e cuciamo croci dorate su una tela impregnata di fango e sangue delle vittime. Ogni stella è un’anima e il filo d’oro ci ricorda che quel sacrificio è di natura economica. I figuranti erano per lo più giovani, perché sono proprio loro le vittime più frequenti e all’ingresso quotidiani messicani sbattono realmente il mostro in prima pagina. Le immagini dei corpi, decapitati o dilaniati dalla violenza degli assassinii, lasciano trasparire la naturalezza con cui la morte è vissuta a Ciudad Suarez. Mentre siamo seduti lì, mi sposto leggermente in avanti per avvicinarmi all’artista e parlarle, ma il suo messicano sussurrato mi è davvero incomprensibile e quindi assodata la sconfitta, ci diamo appuntamento a più tardi per parlare con calma. Purtroppo il più tardi non verrà mai perché la Margolles sarà fagocitata da una folla di gente che vuole parlare o fare foto.

Teresa Margolles è quella al centro | foto di Luisa Baffa

Mi sarebbe piaciuto capire le sensazioni dei visitatori che entravano in quest’enorme spazio, completamente disorientati e ulteriormente confusi dalle nostre voci di sottofondo. Alcuni inciampavano, altri brancolavano all’infinito, uno si è addirittura seduto su un figurante. Devo dire che è stato decisamente rilassante rimanere per due ore tranquilla al buio lontana dal cellulare, dal computer e dal traffico. L’atmosfera che si è creata era da piazza, ragazzi sdraiati a chiacchierare, qualcuno faceva amicizia, la mia vicina di posto ha sviluppato un superudito per ascoltare le nostre conversazioni. Il perché ero lì io ve l’ho spiegato, ma chissà cosa ha spinto gli altri? Manie di protagonismo? Desiderio di partecipare a qualcosa d’importante? Amore per l’arte? Voglia di passare un pomeriggio diverso dagli altri? Difficile da dire. Alla fine delle due ore ci alziamo all’improvviso e usciamo in massa lasciando di stucco il pubblico. Più tardi siamo stati omaggiati con un’opera autografata dall’artista e tutti contenti ce ne siamo tornati a casa. Non so se, in effetti, Teresa Margolles lo apprezzerebbe ma se devo dirla tutta, a parte che la trovo una causa nobilissima e sono fiera di averla rappresentata, a me è piaciuto soprattutto il fatto di restarmene tranquilla a chiacchierare senza preoccuparmi degli sguardi altrui e tantomeno del resto del mondo. Che dire? Grazie Teresa e ovviamente consiglio a tutti di provare un’esperienza del genere.

Maria Caro

scritto da

Questo è il suo articolo n°450

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