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Piel de inmigrante, arte e migrazione secondo Bosoletti

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Nei tanti anni in cui ho vissuto a Napoli, ne ho vista di gente arrivare e non andare mai più via. Il problema con questa città, è che o la odi o la ami, e se impari ad amarla non ne puoi fare a meno. Probabilmente anche Francisco Bosoletti ha subito il fascino della città del sole e del mare, perché da quando l’ho conosciuto lo scorso anno, la sua presenza in città si è fatta sentire.

 

 

Se è vero che Bosoletti torni spesso perché si è innamorato della città, è sicuramente vero che la città è innamorata di lui. L’entusiasmo dei passanti nel quartiere Sanità in occasione di Resistiamo, l’opera realizzata su una parte della Chiesa di Santa Maria alla Sanità, il clamore Le ombre di Napoli nel Giardino Liberato di Materdei e, infine, il fiume di gente alla mostra Piel de inmigrante ne sono la prova tangibile.

 

 

Lo scorso 14 ottobre c’ero anche io all’opening della mostra alla galleria PRAC Piero Renna nei pressi di Piazza del Plebiscito e di gente ce ne era davvero tanta, anzi, a dirla tutta non avevo mai visto una galleria napoletana così affollata. Nella sala dove erano esposte le opere dell’artista argentino, dopo il primo quarto d’ora era quasi impossibile sottrarsi al mare di gente.

 

 

Circa 20 opere realizzate con tecniche e su supporti diversi – pittura, spray, inchiostro su tela, plexiglass, o direttamente su una delle pareti – evocano, almeno in me, un senso di perturbante, come lo intendeva Freud. Immagini familiari ma al contempo lontane dal mio/nostro immaginario quotidiano che provocano un senso di sicurezza, in quanto legate alla storia, ma allo stesso tempo di angoscia, rievocando la distanza, la lontananza e spesso la sofferenza della migrazione.

 

 

Le opere sono facilmente accostabili alle fotografie dei primi del ‘900 per le pose e la composizione tradizionale, ma allo stesso tempo emanano uno straordinaria sensazione di contemporaneo grazie alle tecniche e per esempio, al murale presente nella sala espositiva.

 

 

Dolcezza, angoscia, paura ma soprattutto consapevolezza, quella di chi partiva per una missione ordinaria ma che in fondo compiva un atto straordinario, e la consapevolezza dello stesso Bosoletti che evidentemente ha ritrovato un forte contatto con le sue radici nella nostra terra e le ha espresse, subito, attraverso la sua arte. È tutto molto sottile ma perfettamente leggibile.

 

Foto di Maria Caro

 

Sull’affollata terrazza del PRAC e immersi in un insolito caldo autunnale, abbiamo celebrato Francisco in attesa dei prossimi progetti in città.

 

Foto di Antonio Sena.

Maria Caro

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Questo è il suo articolo n°450

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