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Sónar Istanbul, la scelta giusta

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Quando è venuta fuori la notizia della prima edizione turca del Sónar, festival solitamente catalano, non abbiamo esitato a prenotare un volo. Il problema, da quel momento in poi, è stato il susseguirsi di attentati terroristici che hanno colpito la capitale turca, fino al culmine della strage di Capodanno al Reina, una discoteca che si affaccia sul Bosforo, tra le più glamour di Istanbul.

Se, da un lato, queste notizie ci hanno creato seri dubbi sulla possibilità di intraprendere questo viaggio, dall’altro le rassicurazioni degli organizzatori sulla sicurezza dell’evento e, soprattutto, la voglia di vedere con i nostri occhi quello che stava succedendo in un Paese in una fase di così grande cambiamento, hanno prevalso. A conti fatti, possiamo dire che non ce ne siamo affatto pentiti.

 

 

Prima di raccontare ciò che abbiamo visto al Sónar Festival Istanbul è necessario fornire un antefatto chiave: la prima edizione del Sónar Istanbul si è svolta il 24 e 25 marzo, a meno di un mese dal referendum del 16 aprile che prevede l’abolizione della carica di Primo Ministro e l’introduzione di un sistema presidenziale che darebbe al presidente Erdogan i poteri di una vera e propria dittatura. Forse proprio per questo l’atmosfera del festival turco è stata così surreale. Le persone che abbiamo incontrato all’evento (sold-out entrambi i giorni) erano ragazzi che come noi erano lì con una gran voglia di divertirsi anche se, conversando, traspariva in loro la consapevolezza che quella sarebbe potuta essere una delle ultime serate in cui godersi senza freni la loro città.

Il venerdì sera arriviamo verso le nove già carichi, un taxi ci lascia all’ingresso dello Zorlu Performing Arts Center, un edificio ultramoderno che si sviluppa su tre piani sotterranei pieno di scale mobili e vetrate immense. Andiamo diretti al -3 dove al Sónar Lab suona Prins Thomas,  produttore norvegese che con  la sua electro ci comincia a motivare. Con nostro felice stupore notiamo che i prezzi delle bevande alcoliche non sono così proibitivi come ci aspettavamo, viste le politiche proibizioniste del governo, ed è così che la serata prende il via.

 

Roisin Murphy

 

Sul palco principale si esibisce Róisín Murphy, ex cantante del duo Moloko che anche da solista non perde il suo carattere eclettico e con un vestito a dir poco appariscente ed una voce straordinaria, ammalia gli spettatori del Sónar Club. Abbiamo poi il tempo di apprezzare l’elettronica di Shackleton, produttore britannico che coi suoi suoni  tribali e dub ipnotizzanti, andrebbe ascoltato meglio e più a lungo di quello che abbiamo potuto fare. Torniamo quindi alla sala principale per il nome grosso della serata: Nina Kraviz. Fin da subito spinge con pezzi che fanno ballare il pubblico, il quale non aspettava altro che fuoco alla miccia. Dá lí in poi i ritmi cambiano e le tre ore di festival rimanenti sono un delirio di corpi che si muovono al ritmo della cassa incessante. I dj locali Fuch&Cervus, incaricati di chiudere la serata prendono il testimone della dj russa e se possibile aumentano i volumi e la voglia di ballare della gente. Decidiamo di andare via mezz’ora prima della fine della festa, piú che altro per non rimanere invischiati in un pericoloso after, che avrebbe messo a dura prova il giorno successivo.

 

Sonar D+

 

Il sabato comincia con il live di Floating Points: la sua performance è straordinaria. La capacità di iniziare con sonorità quasi da ninna nanna passando gradualmente a ritmi che facevano saltare la folla e poi da capo, ha tenuto ammutolito il pubblico per l’intera durata del suo show. Da sottolineare anche l’incredibile qualità del suono, probabilmente il migliore mai sentito in una sala concerti.

Tempo di una birra senza allontanarci troppo dal palco ed è il turno dei Moderat. Il trio tedesco era alla fine di un tour estenuante durato quasi un anno e culminato con il concerto nella loro Berlino pochi giorni prima. Forse è per questo che il loro show non è sembrato all’altezza di quello visto a maggio dell’anno scorso, quando il loro album era uscito da pochi mesi. Di certo, la gran parte del pubblico non ha fatto lo stesso paragone, vista la quantità di gente che cantava e saltava sui ritmi di Rusty Nails, Reminder e col finale con Bad Kingdom.

 

 

Di nuovo, la serata era lanciata e in quali mani migliori poteva arrivare se non in quelle di Dj Koze? Il suo è stato un set pazzesco, che peccato non  aver potuto usare Shazam quella sera. Rimane però il ricordo di una musica con delle sonorità orientali, che ipnotizzava e che visto dove ci trovavamo rendeva il tutto ancora più mistico. A chiudere è stato il turno di Mabbas, altro dj locale, ci hanno riferito che si trattava proprio di uno dei principali organizzatori del festival: si notava da come fin da subito i volumi impennano e le tracce che si susseguono sono messe appositamente per far scatenare il pubblico e celebrare il gran finale di un festival più che riuscito.

Urrà agli organizzatori turchi e al Sónar per l’intraprendenza avuta nell’esportare il concept in un posto dove alcuni, a prima vista, potrebbero risultare ostili, ma che poi, così ostili non sono. Non sappiamo se l’anno prossimo ci sarà una seconda edizione del Sónar Istanbul. Quello che è certo, è che noi saremo lì.

Per adesso auguriamo un in bocca al lupo a un Paese che ci ha accolto in maniera straordinaria, ne ha proprio bisogno.

 

Testi a cura di Jacopo Duratti.

 

Sonar Istanbul | sito

 

 

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Questo è il suo articolo n°138

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