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Sweet Home Chicago | Quello sfrenato patriottismo americano nella corsa di Indianapolis

Il 26 maggio negli Stati Uniti si celebra il Memorial Day. È un giorno di passione e ricordo verso tutti coloro che sono venuti a mancare. Ho approfittato del weekend lungo e sono andato ad Indianapolis, con una collega. La città, famosa nel mondo per le corse automobilistiche, ospitava l’epica gara Indy500.
Abbiamo preso la macchina e abbiamo solcato le infinite pianure a cavallo tra Illinois e Indiana. Passato lo spettacolo tetro e nero del distretto industriale di Chicago ci siamo immersi in un paesaggio intriso di una meravigliosa calma, fatto di campi irrigati e colorati.

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Superato il confine con l’Indiana ci siamo imbattuti in miriadi di negozi di fuochi d’artificio, illegali in Illinois. Distese di pale eoliche tinteggiavano il paesaggio dandogli un nonsoché di sfumatura aliena, fantastica.
Arrivati nella città in tarda serata abbiamo raggiunto la casa di questa compagine di ragazzi americani, già potentemente brilli e carichi d’entusiasmo.
In occasioni come queste gli americani amano affogare i loro sensi nella birra: Coors, Budweiser, Miller, birre fresche, leggere senza infamia e senza lode, Peroni americane.
La serata scivola via senza troppi sussulti, tra battute e altisonanti risate, preparatrici dell’evento del giorno successivo. La sveglia è stata fissata prestissimo, alle sei del mattino. C’è da partire con la macchina e trovare un buon parcheggio all’interno del circuito per dare l’inizio alle feste.

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In una ventina di persone ci siamo accampati alla meno peggio per la casa e all’alba del mattino seguente vengo svegliato da risate, buonumore e tanta musica. “Gesù Cristo! Cominciamo bene!”, penso tra me e me, massaggiandomi la schiena martoriata dal poco confortevole divano messo a nostra disposizione.
Incamminandomi verso il salotto della casa intravedo i compari già vestiti a festa: un tripudio fanatico di bandane, maglie, fasce, pantaloni, canottiere, persino tatuaggi inneggianti alla bandiera americana e alla corsa.
Colazione a base di bagel e Philadelphia e frutta varia. Carichiamo l’arsenale di guerra su di un pickup sul quale, come moderni mujaheddin, faremo rotta verso il circuito: oltre 200 birre per dissetare nemmeno 15 persone.
Il cuore di Indianapolis giace silente.
Avvicinandoci al circuito, alle porte della città, si respira un’aria trepidante: fiumane di spettatori, movimento empatico di quattrocento mila persone/storie che si muove all’unisono verso un evento di natura pubblico. Sempre uno spettacolo entusiasmante.
Accampatoci nel vastissimo parcheggio all’interno del circuito, gli amici tirano fuori una piscinetta gonfiabile e la riempiono di ghiaccio e birra. Un ulteriore fusto di birra è stato innalzato come totem moderno inneggiante il Dio Alcool.

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Sono circa le 8 di mattina quando stappo la prima birra della giornata. Tutto intorno a noi è un fiorire di gazebo, sdraie, palloni da football, griglie per il barbecue. Lo spettacolo che si presta ai miei occhi è incredibile: non c’è una cosa che non trasudi americanismo e patriottismo. Tutti gli spettatori sono vestiti di stelle e di strisce. Migliaia di ragazze con i tipici shorts di jeans, addobbate di bandane, laccetti, braccialetti, collane e canottierine piuttosto succinte. I ragazzi in shorts, bermuda o semplici pantaloncini da basket, per lo più vestiti di canottierine anch’essi e accessori di ogni tipo.
Qualcuno mi chiede: “Beh, che ne pensi?” ed io “Non c’è niente di più americano a cui possa pensare, per la miseria!”. La giornata è calda, molto calda, il sole bacia gli spettatori senza riserve. Gli spalti del circuito, immenso come le pianure dell’Indiana, sono ancora semivuoti, la folla è tutta raccolta nei parcheggi intenta a bere birra, preparare l’occorrente per il barbecue e divertirsi.

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Gli americani amano bere, e bere giocando. E’ un rito festoso e travolgente quello che li porta a buttare giù grosse quantità di alcool: Beer Pong, Flip Cup, Bags. All’interno del circuito è stato organizzato un festival di musica elettronica chiamato Sneak Pit. Dopo un paio di ore passate a bere e farsi rosolare ben ben dal sole, con un po’ di amici ci addentriamo nella tana del serpente.
Le sensazioni sono meravigliose: il sole brucia sopra le nostre teste, gli occhiali da sole proteggono occhi stanchi ma felici, la birra scorre nelle vene dando una sensazione di leggiadra leggerezza, la musica pompa forte e decisa dalla consolle del duo olandese Nervo.

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Breve parentesi: il duo è composto da due modelle australiane di origine italiana che hanno la passione parallela per la musica e sfoderano sonorità potenti che bruciano i cuori.
Manipolano la folla con gesti, sorrisi e slogan giusti mentre cubiste avvolte in veli bianchi si lanciano in spericolate evoluzioni ai margini del palco.
Entrando nell’area del festival si entra in un mondo parallelo, un luogo di entusiasmo animale, di pulsioni primordiali, sudore, contatto. Si danza senza troppo pensare, si urla e gesticola a piacere. L’alcool viene versato in imbuti legati a lunghi tubi i quali finiscono nelle bocche degli astanti.
I volti sono stravolti, la goliardia sfocia in comportamenti volutamente esagerati. Ci sta bene, non può che esser così.
Finite le nostre birre, decidiamo di tornare indietro verso il nostro posteggio. Sam, un ragazzo della compagine, si sta dedicando al BBQ con grande dedizione.
Verso mezzogiorno i bagni pubblici grondano di gente piena di liquami da espellere. A fine giornata conterò almeno 6/7 capatine al capanno/bagno. La gara sta ora per cominciare.

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Ci rechiamo tutti ai bordi della pista. Le macchine scaldano i motori e lo speaker dà vita ad uno dei momenti più intensi della giornata. Un momento di raccolta.
Mi sento fortunato. Non faccio parte di questo movimento insano ed ho la possibilità di scegliermi il mio angolo e assistere con occhi distaccati.
Ci sono almeno un paio di canzoni prima dell’inno nazionale, e sono salutate da un silenzio e emozione stupefacenti.
Ma l’inno è qualcosa di incredibile.
Uno dei nostri tira fuori la bandiera americana, la innalza nel cielo. Tutto intorno a noi è pura contemplazione. Mano sul cuore, sguardo alle stelle e strisce. La nostra bandiera è l’unica nel nostro raggio e migliaia di persone sono voltate ad ammirarla, con lacrime agli occhi. Sguardi serrati, emozione stampata sul volto.
Alla fine dell’inno verrò a sapere che qualcuno ha dato 100 dollari al nostro amico per averla innalzata.
La cosa è alquanto incredibile e difficile da cogliere.

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Lo spettacolo è veramente unico e dona all’intero evento un’aurea di magia davvero rara.
La corsa ha inizio. Le macchine sfrecciano ad oltre 250 miglia orari. Il rombo è pazzesco. Fissando lo sguardo in un punto morto della pista di fronte a me a malapena riesco a riconoscere il colore dei bolidi al loro passaggio.
Lo spettacolo è intenso ma scade nella noia dopo poco. Ho come l’impressione che poi non freghi a molto della corsa in sé o che comunque si aspetti tutti un qualche tipo di sussulto, carambola, incidente, incendio al pit stop.
Dalla nostra postazione si vede poco ad ogni modo. Decidiamo di tornare alla nostra base e continuare con birre e baldoria. Insceniamo una specie di partita di football. Decidiamo di fare un salto di nuovo nello Snake Pit. Non ci fanno entrare.
Scavalchiamo. Cado rovinosamente dalle transenne e così la mia collega. Sono le 3 del pomeriggio circa e lo show volge al termine in concomitanza con la gara.
La folla, la stesa folla, alza le tende e si avvia confusa, tra un turbinio di marmitte e clacson verso i varchi dell’uscita. Ci sono le famiglie, ci sono i ragazzi che barcollanti, a fatica si reggono in piedi stremati da alcool e caldo. Ci sono gli amici, con la voglia di scherzare ancora intatta.
Ci sono anime diverse e compongono quello che a me assomiglia ad un circo. Dove gli artisti sfilano, si esibiscono, si esaltano e poi tornano dietro le quinte, aspettando il prossimo spettacolo.
Che paese l’America: patriota, goliardico, esibizionista, macho, travolgente.
L’America che ho trovato ad Indianapolis.

Stefano Paris

scritto da

Questo è il suo articolo n°21

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