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Warios, la passione di un writer

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In questi giorni, soprattutto sui social network e sulle riviste di settore, ma anche su qualche quotidiano nazionale, non si fa altro che parlare dell’indignazione di Blu e dei muri di Bologna orfani dei suoi capolavori che dallo scorso sabato rivedremo solo nelle foto scattate tempo fa.

Warios

Forse dovremmo fermarci un attimo a riflettere tutti noi che di arte e di street art ci occupiamo da tanto, per capire la portata del cambiamento che sta avvenendo all’interno di questo ambito artistico che dal 2000 ormai ha reso celebri molti artisti e arricchito la pancia di molti galleristi ma ha anche dato frutti bellissimi come alcuni festival di cui vi abbiamo parlato in questi anni. Così, mentre l’artista marchigiano sabato andava in giro con vernice grigia a coprire quei murales che lo hanno reso famoso in tutto il mondo, proprio quel triste sabato io andavo a conoscere un giovane artista straordinario, figlio di Roma, un writer eccezionale che ama sporcarsi le mani con l’inchiostro visto che da un po’ di tempo realizza dei lavori calligrafici pazzeschi.

Lui si chiama Warios e so che molti di voi che vivono nella Capitale e seguono la corrente dei graffiti lo conosceranno di sicuro, ma io ho avuto il piacere e l’onore di scambiare quattro chiacchiere con lui da vicino a proposito della mostra Warios, The Passion of a Writer inaugurata lo scorso sabato 12 marzo alla Tevere Art Gallery. Con Warios abbiamo parlato della sua passione per la calligrafia ovviamente e di un po’ di storia dei graffiti romani che, raccontata in modo naturale e a modo suo, da uno dei protagonisti fa venire la pelle d’oca a chiunque. La mostra chiude il 24 marzo quindi non fatevela scappare. Ah, dimenticavo: buona lettura!

 

Raccontaci come è nata l’idea di questa mostra alla Tevere Art Gallery?

 

L’idea della mostra mi è venuta in modo molto spontaneo, come tutte le cose che faccio. Parlando con amici e con i vari contatti abbiamo pensato di organizzare qualcosa di nuovo visto che il discorso dei calligraffiti a Roma non è molto sentito, non è ancora abbastanza conosciuto. Dopo aver fatto un paio di mostre, principalmente all’estero ho voluto prima di tutto cercare uno spazio fuori dai circuiti delle mostre romane e ho trovato questo che si sposa benissimo con il genere di cose che faccio e poi si è evoluta in modo improvvisato: nel giro di un mese ho tirato fuori tutte le opere, sono tutte nuove. In questo spazio molto semplice ho voluto raccoglierle tutte proprio per mostrare questa passione che ho per la grafia e calligrafia in generale.

 

Allora parliamone di questa tua passione per i calligraffiti. Come è avvenuto questo passaggio dai graffiti alla calligrafia nella tua esperienza artistica?

 

È stato un passaggio molto naturale in quanto ho iniziato a disegnare le lettere molto presto, da bambino, mi sono appassionato al lettering, potrei dire che mi ci sono buttato sulle lettere, infatti ho iniziato a fare graffiti presto e, come si sa, nei graffiti la lettera è la cosa più importante. Questo studio della lettera mi ha portato ad approfondire i miei studi, la mia ricerca e mi ha portato ad imparare tecniche legate soprattutto al passato: del lettering fatto a mano, dalla calligrafia a tutto quello che è il contatto con la carta, staccandomi un po’ dai graffiti ma portandoli un po’ in questo mondo della calligrafia. Difatti, sono due sfere che si legano proprio perché la parola calligraffiti non è che l’unione tra graffiti e calligrafia. Quindi, utilizzando strumenti che normalmente usi per fare graffiti riesci a prendere in mano la calligrafia. La cosa bella è che ovviamente si è trattato di un’evoluzione naturale, diciamo un percorso già scritto proprio perché per me i graffiti sono le lettere e non mi sono mai lanciato sui disegni anche se mi piacciono, tutto quello che riguarda il figurativo lo apprezzo moltissimo però per me la lettera è l’essenza di tutto. La calligrafia è l’arte della bella scrittura quindi per me è tutto ciò che ci appartiene, che fa parte della nostra cultura e questa avventura nella calligrafia significa per me portare qualcosa di nuovo nel mondo dei graffiti, soprattutto a Roma che è la mia città, apprendendo anche da maestri, soprattutto da cose che provengono dall’estero principalmente.

 

Come sei entrato a far parte del mondo dei Calligraffiti Ambassadors.

 

Ho avuto la fortuna di rientrare in questo gruppo internazionale tramite una selezione iniziale tra 25 artisti in giro per il mondo, tuttavia neanche sapevo di fare calligraffiti poiché il mio stile è sempre stato magari più legato alla lettera calligrafica, ho studiato il carattere gotico e tutto quello che è scrittura antica e l’ho sempre un po’ portata nei miei graffiti, anche quando andavo a fare un muro per cavoli miei. Poi appunto sono rientrato in questo gruppo e ho avuto la fortuna di conoscere Shoe, (Niels “Shoe” Meulman, ndr) un writer old school olandese, il quale ha reso famoso il termine calligraffiti, un termine che già esisteva ma era più circoscritto al Nord Europa. Proprio lui ha scelto questi artisti in giro per il mondo e io ho avuto la fortuna di entrare nelle sue grazie perché gli è piaciuto il mio stile, ha visto i miei lavori e mi ha contattato. Calligraffiti Ambassadors racchiude gli esponenti di spicco tra Europa e America, abbiamo realizzato un paio di esposizioni, tra le quali una molto grande ad Amburgo nell’agosto del 2015 (Affenfaust 2015, ndr), poi una a Seul. Il gruppo è un’esperienza bellissima perché sono venuto a contatto con delle persone ricchissime di contenuti, di bravura, gente molto apprezzata nei loro paesi, quindi per me è un grosso stimolo e una consacrazione a quello che faccio, una sorta di seconda crew per me che sono stato abituato a muovermi con i miei amci, quelli della mia crew che ho da sempre.

 

Allora parliamo delle tue prime esperienze con la crew. Cosa è cambiato da quando hai iniziato tu? Facciamo un piccolo viaggio storico nei graffiti romani.

 

Anche se ho inziato tanto tempo fa sono sempre stato considerato new school rispetto a chi ha iniziato prima di me, dico negli anni ottanta, quindi loro hanno vissuto ancora di più questo cambiamento. Quando noi della mia generazione abbiamo iniziato non c’era questa risonanza, questo guardare che succede, passavamo quasi inosservati, eravamo anche di meno.  Internet e i social media hanno ovviamente avuto una grande influenza. Dunque se inizialmente mi è sembrata una cosa positiva ad un certo punto mi sono fermato a riflettere su cosa stesse succedendo, proprio perché è diventato un po’ più di tendenza anche perché ai ragazzi è più semplice approcciarsi ai graffiti in quanto è più semplice trovare le bombolette e le tecniche nuove le imparano subito. Noi dovevamo un po’ più sbatterci, era un continuo passaparole, beccavi quello più grande che ti insegnava magari una determinata cosa, una tecnica, modificava il tappino. Noi di quell’eopoca siamo nati con la ricerca ora è più semplice reperire informazioni. Quindi quando ho iniziato ero new school ora ovviamente sono più old school, diciamo che mi trovo a metà. Io mi ispiravo tantissimo a quello che è il writing americano, andavo in edicola a cercare le riviste e i magazine con le opere dei grandi artisti americani. Oggi su internet è più facile mentre per noi era importante la ricerca. Ma non la vedo in modo negativo, è semplicemente un’evoluzione.

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Una domanda più intima. Perché hai scelto di chiamarti Warios?

 

Principalmente è stata un’unione di lettere. Allora funzionava che ci chiudevamo a casa, scegliendo tra le varie lettere, ognuno sceglieva la propria. Altri avevano già un soprannome, altri una propria passione. Tra fumetti e videogiochi era uscito Wario, senza la s, che era il nemico di Super Mario, poi ho aggiunto la s per un fattore stilistico. È venuta fuori una tag lunghissima ma sono comunque riuscito a fare writing anche se per la legge del writing non ero partito avvantaggiato. Ormai fa parte di me, è diventato mio, è la mia identità e il confronto con gli altri ormai dall’età di 14 o 15 anni.

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Cosa vedi nel tuo futuro?

 

Continuare a fare quello che sto facendo, fare calligraffiti, fare workshop, mi piace lavorare con le persone, con ragazzi che fanno breakdance. Continuare a fare tutte le cose in modo naturale, sempre a modo mio.

 

Photo courtesy by Andrei Pascal (Accademia Deco).

Eva Di Tullio

scritto da

Questo è il suo articolo n°178

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