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FraBiancoshock does not exist

Sono quasi quattro mesi che mi ripropongo di preparare una serie di domande da fare a FraBiancoshock. Vi giuro che a intervalli regolari ho un promemoria sul cellulare che mi ricorda di impegnarmi per fare quest’intervista. Oggi ho deciso che non voglio più sentire e vedere quel promemoria sul mio cellulare e impegnarmi, a costo di non alzarmi da questa sedia.

La forza di Fra.Biancoshock è che sa dosare ironia, curiosità, creatività ed ingegno rendendo l’arte il mezzo di comunicazione attraverso il quale veicolare messaggi di denuncia e riflessione. Lo fa per le strade con la gente comune che giornalmente vive e si sposta nelle città. Qualche mese fa avevamo parlato di lui pubblicando The Cleaner uno delle sue tante provocazioni video.

Non conosco personalmente Fra, uno perché non esiste, due perché non l’ho mai incontrato; ma nonostante tutto questo, nei pochi messaggi che fino ad adesso ci siamo scambiati su facebook, ha dimostrato di essere una persona comune, disponibile, praticamente non se la tira.

 

 

Ciao Fra, prima d’iniziare con la critica della ragion pura (della quale io non sono in grado di parlare), come e perché hai scelto questo nome d’arte?

 

Biancoshock in realtà non vuol dire assolutamente niente, ma dalla prima volta che ho sentito quel nome ho provato come una sorta di pelle d’oca che non mi ha ancora abbandonato, sensazioni molto rare in questi ultimi tempi.

 

 

Una delle prime cose che si legge sul tuo blog è “Sorry, this artist does not exist”. Dici di non esistere e di non essere un artista, perché? Con questo vuoi allontanarti dagli stereotipi legati al mondo dell’arte?

 

Per me quella frase è una provocazione: non ho studiato arte, non frequento ambienti artistici, o amicidell’amicodelcuginodelfratellodelsuoamico… E non ho particolari competenze tecnico-artistiche. Ho solo delle idee e mi piace sforzare la mia mente nel cercare di proporle alle persone comuni attraverso ciò che chiamo “Unconventional Experiences”. Credo che le mie siano “esperienze” più che opere d’arte. Dico di non esistere perché per me è fondamentale che le mie esperienze ricevano tutta l’attenzione da parte del fruitore: non mi importa affatto che la gente riconosca me in esse, perché a mio avviso chiunque con un po’ di volontà e un pizzico di creatività potrebbe realizzare lavori di questo genere.

La storia ci ha sempre proposto la solita dinamica: sono artista, e dato che sono artista quella che faccio è Arte. Una serie di persone “qualificate” poi certifica che questa è davvero Arte e che vale un prezzo di listino.

A mio avviso io non sono artista, non faccio arte, e quello che faccio è fatto per comunicare qualcosa al maggior numero di persone possibili nel modo meno convenzionale possibile. Una serie di persone “comuni” certificherà poi se ciò che faccio comunica o non comunica, se piace o meno. Finisce lì.

 

 

Come ti sei avvicinato alla street art? Ma soprattutto cosa ti spinge ad esprimerti in strada?

 

Ciò che mi ha avvicinato a questo mondo è un folle amore nei confronti della strada. Per me la strada è tutto: è un luogo sociale in cui la cultura, i sentimenti, i costumi, i valori e un’altra infinità di aspetti si manifestano attraverso i propri segni distintivi. Non esiste un altro contesto in cui tutto si può esprimere a modo suo, magari in modo più o meno evidente, ma comunque mantenendo le proprie peculiarità. Ecco, io ho sempre provato un fascino incredibile in questa cosa e cerco solo di evidenziare questi elementi diversi attraverso degli interventi che possono dare a loro un’occasione di comunicazione condivisibile da tutti.

E ovviamente, non di minor importanza, trovo assolutamente stimolante il fatto che la strada è vissuta e percorsa da tutti, dal manager in carriera all’impiegato del mese, dalla vecchietta con la spesa all’universitario con lo zaino pieno di sogni: quello è il mio target.

 

 

Tra le tante idee che hai messo in pratica, qual è quella che esprime al meglio il tuo concetto e la tua visione dell’arte?

 

Credo “If I wasn’t looking for useless annoyances, I would be a painter”. Per me quel cancello è l’Arte. Un ostacolo facile da aggirare dato che intorno non vi è alcuna recinzione, ma comunque un ostacolo per me. Se non avessi voluto sbattimenti inutili avrei fatto il pittore, o lo scultore nel senso che attraverso quell’appellativo (scultore, pittore, artista, etc) sarei già entrato autoreferenzialmente nel mondo dell’Arte. Ecco, nella mia visione, l’Arte è un ostacolo che nessuno ti obbliga a superare, se ne può fare a meno senza troppi drammi, ma se mai decidessi di oltrepassare quel limite io lo farei così, inutilmente e ironicamente, sotto la neve e con qualche linea di febbre.

 

 

Ultimamente ho letto di una tua collaborazione con Pep Marchegiani per il progetto A tutto c’è un limite, in cui si parla di limiti “artistici”. Cerco di girarti la domanda, quali sono i tuoi limiti e come cerchi di superarli?

 

Uno dei miei più grandi limiti è il metodo: non è una mia caratteristica. In molti hanno più volte criticato il fatto che continuo a cambiare mezzi, stili, tecniche senza mai approfondire o perfezionare troppo temi e tecniche, rischiando così di non esser ne carne ne pesce, di non esser mai qualitativamente al top e di non esser classificabile. Tutto ciò è sicuramente vero.

Un altro limite è il fatto che non sono mai in grado di spiegarmi con le parole: mi crea un blocco dover spiegare il senso di una mia idea, finisco per dire cose banali…

Per ora non sto cercando di superarli, avere dei limiti secondo me è molto importante per essere sempre stimolati a continuare e perfezionarsi. E poi alla fine credo che sarei molto più insoddisfatto se avessi approfondito ed esaurito due temi e due tecniche, se fossi in grado di spiegare per mezz’ora consecutiva un mio lavoro, ma con un sito con dieci lavori e quasi tutti uguali.

 

 

Con la tua opera per Urban Jungle hai, secondo me, riconfermato la tua genialità perché sei riuscito con ironia a far riflettere sulla quotidianità che ci affligge. Quali priorità bisognerebbe darsi nella vita? O meglio, quale credi che sia l’abbaglio comune più grande?

 

In quel lavoro ci ho messo tutto il mio scontento, la mia ansia e il mio sconforto (non a caso quella è la strada che percorro ogni giorno per andare a lavoro). Molti hanno riso vedendo questa performance (sia lì dal vivo mentre scattavamo le foto che sui social in internet) e questo mi ha fatto riflettere ancora di più: stiamo tutti ridendo di noi stessi, di quel recinto del cazzo in cui ci hanno chiuso togliendoci linfa vitale, sogni ed aspettative. Oggi puoi ritenerti un PRIVILEGIATO se hai uno stipendio mensile più o meno da fame per pagarti l’affitto della casa e della macchina, in cambio però tu, il sig. Mario, devi tutti i giorni fare la gara per arrivare puntuale a lavoro, una gara in cui ti sfidi con altrettanti Mario che sono nella tua stessa condizione. Fa niente se non vinci oggi, tanto domani la gara rinizia ancora, e se non vinci neanche domani magari sarà per le prossime infinite volte in cui dovrai per forza partecipare.

La mia priorità è quella di essere felice, un termine così banale che nessuno riesce più a dargli un significato vero. Ed è proprio qui l’abbaglio: ci mettono in testa che sei felice se hai la macchina/vestito/casa/barca/scarpa più bella. Io non sono felice, se non quando vedo che le persone infelici come me sorridono o si stupiscono davanti a qualcosa che ho realizzato e che ho lasciato in strada per loro.

 

 

Prima di lasciarti voglio fare un’ultima domanda. Troveremo mai le tue opere in una galleria d’arte?

 

Si lo spero. Lo spero perché ho in mente un progetto molto ambizioso in cui lo scopo è proprio quello di esporre in una delle più grandi gallerie d’arte in circolazione, una di quelle gallerie che ospita i grandi nomi dell’arte.

Sicuramente non emulerò Banksy nella modalità di “partecipazione”, ma posso solo dire che, se mai riuscirò nel mio intento, esporrò nel modo meno convenzionale immaginabile… vedremo che succederà!

 

FraBiancoshock | sito facebook twitter youtube

Luigi La Porta

scritto da

Questo è il suo articolo n°59

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