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“Ho voglia di avere voglia”, un’intervista ad Alberto Bianco

Musicista, cantautore e autore: Alberto Bianco è uno dei nomi di spicco del panorama torinese. Nel 2011 esce per l’etichetta INRI il suo primo disco, “Nostalgina”, una riflessione sulla generazione dei quasi trentenni che lo lancia subito tra i migliori nomi del cantautorato contemporaneo. “La storia del futuro” (2012) prima e poi “Guardare per aria”, anticipato dal singolo “Corri Corri”, scritto insieme a Levante e che in tanti conosceranno, lo consacrano definitivamente nella scena italiana.

In questi anni affianca la sua carriera solista ad altre attività: è produttore artistico di Levante in “Manuale distruzione” e “Abbi cura di te”, scrive testi per artisti come Giorgia e Velvet, e viene scelto da Niccolò Fabi per il tour del suo disco “Una somma di piccole cose”.

Bianco è tornato quest’anno con “Quattro”, un disco dove emergono con maturità tutti i suoi temi prediletti: amore, relazioni, amicizie, crescita personale, trattati sempre con quella leggerezza un po’ sognante che lo contraddistingue.

 

 

Ciao Bianco, benvenuto su ziguline e grazie per aver trovato il tempo tra le prove per chiacchierare con noi. A proposito, come sta andando il tour?

 

Benissimo, abbiamo iniziato qualche settimana fa, abbiamo fatto 5 o 6 date quindi diciamo che stiamo ancora scaldando i motori, ma sono molto soddisfatto perché mi trovo molto bene con i ragazzi, con cui suono ormai da anni, e sono felice perché il pubblico sta rispondendo benissimo: vedere tante persone venire per sentire un tuo concerto, anche lontano da casa e sentirle cantare i tuoi pezzi ti dà una carica e una energia uniche. Qualche giorno fa per esempio eravamo a Cagliari, dove erano davvero in tanti e tanti cantavano insieme a me i miei pezzi: questo per me è un’enorme soddisfazione e significa molto, significa che in questi anni e non solo a Torino ho costruito una relazione duratura con il mio pubblico.

 

A proposito di relazioni, vorrei entrare subito nel merito dell’intervista: “Quattro” è un disco che parla tanto di relazioni. Io vedo che anche tu, tra le tue varie collaborazioni, il legame che hai con Torino e con i suoi protagonisti, l’appuntamento annuale “Bianco Natale” al Barbiturici, “Cantautori in canottiera”, dai molta importanza alle relazioni. Quanto contano per te e quanto emergono nei tuoi brani?

 

Per me sono molto importanti, mi piace conoscere nuove persone, ascoltare le loro storie, e mi piace scoprire nel tempo cosa possono darmi e cosa io posso ricevere da loro. Per questo mi viene naturale dare un mano quando posso, instaurare collaborazioni, coinvolgere i miei amici in momenti di condivisione, e creare anche occasioni dove posso far conoscere a qualcun altro persone che già conosco: personalmente la trovo una cosa molto stimolante e nello specifico di “Cantautori in canottiera”, mi piace l’idea che il pubblico, venuto per sentire magari il live di un artista, possa assistere anche a un momento di scambio, dove le persone che fanno musica possono raccontarsi e far scoprire il loro percorso personale.

 

A proposito di “Cantautori in canottiera”, io sono stata all’appuntamento con Colapesce, e lì hai raccontato un bell’aneddoto di quando ti trovavi a Ortigia a scrivere il disco.

 

Sì, in quel periodo ero in tour con Niccolò Fabi e non riuscivo a trovare quel tempo libero necessario per scrivere le mie canzoni. Quindi, non appena ho avuto un momento di stacco, ho preso il primo volo economico per Siracusa e sono partito. L’unico problema è che non potevo portare la chitarra con me, quindi quando atterrai chiamai Colapesce e gli chiesi se aveva una chitarra da prestarmi. Lui me la portò, dicendomi che era una chitarra speciale con cui aveva scritto tantissimi pezzi. Io credo molto nel potere degli strumenti, Niccolò stesso mi dice sempre che in ogni pianoforte, in ogni chitarra, è nascosta una canzone che deve ancora nascere, (e sarà per questo che continuo a comprare chitarre), e in effetti quando suonavo questa chitarra sentivo qualcosa di diverso, un’energia diversa. Penso che quello di Colapesce sia stato un gesto molto significativo: non è da tutti dare in prestito la propria chitarra preferita, è stato un gesto molto forte e lo ringrazio ancora perché è stato anche grazie a questo che sono nati tanti brani di “Quattro”.

 

Toglimi una curiosità, ma perché hai scelto proprio Ortigia come luogo dove scrivere il disco nuovo.

 

Ho scelto Siracusa perché ho sempre visto le foto della Sicilia e mi hanno sempre affascinato molto, poi sono un fan del telefilm della Rai su Montalbano, quindi ho sempre voluto visitare quei luoghi, avevo proprio voglia di quei colori, di quei sapori e quegli odori che solo quella terra possiede. Eppure, nonostante l’abbia scritto al mare, non ne è uscito un disco tropo marittimo, anche se avere di fronte il mare, poterlo vedere ogni giorno mi ha dato molta ispirazione. Avevo bisogno di un po’ di solitudine, per poter raccogliere le idee, staccarmi dalla frenesia e lavorare ai miei brani, e Ortigia a marzo, senza turisti, mi ha dato quello che stavo cercando: camminavo lungo le strade vuote la mattina, ogni tanto Colapesce veniva a trovarmi e mi portava a mangiare in qualche ristorantino delizioso, ma per il resto ho goduto in solitaria di quest’atmosfera unica, e mi ha aiutato tantissimo nella scrittura.

 

 

Quindi la solitudine fa bene, per la scrittura.

 

Sì, in realtà più che la solitudine è il potersi fermare un attimo e tirare un po’ le fila di tutto, riordinare quelle idee e quei pensieri che spesso vengono po’ inquinati dalla routine: quando ci si perde nella quotidianità non ci si rende conto che la frenesia che si vive spesso e volentieri non viene da fuori ma da dentro di noi per prima. Quindi è bello potersi prendere qualche giorno, dirsi, oggi tengo il telefono a casa 4 o 5 ore, e concentrarsi solo su se stessi, per ritrovarsi.

 

A tal proposito, nel disco si parla anche di un tema a me piuttosto caro, che trovo soprattutto in “In un attimo”: la crisi. Avendo superato i 30 possiamo dirci con certezza che tutti subiamo un momento di crisi a quest’età. Tu l’hai passato? come l’hai vissuto?

 

Sì, ho passato un momento di crisi esistenziale, di quelle serie. Non tanto perché sto qualcosa sta andando male, anzi, è un bel periodo, ricco di soddisfazioni, però c’è quel momento in cui ti rendi conto che il tuo fisico non è più quello di prima, che non puoi più bere la sera e svegliarti il mattino dopo in forma, poi cominciano quei piccoli pensieri sul decadimento del corpo, quindi diciamo che più che una crisi psicologica la mia è fisica, e si può riassumere in ipocondria (ride ndr).

 

Però nei tuoi testi ci sono tanti pensieri che accomunano un trentenne: scelte sbagliate, direzioni da prendere, la voglia di scappare.

 

Come ti dicevo prima in realtà io non sono in crisi anzi, mi piace circondarmi di persone, sentire accanto a me quelle più vicine, amare e farmi anche amare. Quindi per quanto questo disco possa essere autobiografico, in questi testi spesso c’è la vita vissuta da persone a me care, di amici che mi raccontano le loro storie in modo talmente dettagliato che spesso io stesso dimentico quale sia il confine tra il mio vissuto e il loro, per questo riesco a dipingere tanti stati d’animo e tante emozioni diverse.

 

Photo credits Giorgia Mannavola

 

Indubbiamente l’aspetto dell’amare e del farsi amare è un altro tema che emerge molto bene nei tuoi testi. A tal proposito, tu non sei solo autore dei tuoi testi ma anche per altri, per esempio Giorgia. Com’è scrivere per qualcun altro, è più difficile? Oppure sei libero di mettere del tuo nei testi che scrivi per altri?

 

I grandi artisti oggi cercano sempre più spesso nel panorama dei giovani cantautori, perché ricercano una freschezza e una leggerezza nei testi, un po’ sul filone di Calcutta, che possano parlare in modo meno retorico o poetico e più immediato al pubblico. Quello che cambia quindi non è tanto il modo di scrivere, spesso infatti sono libero di comporre i testi, per esempio il brano interpretato da Giorgia era un mio vecchio pezzo: non l’avevo assolutamente immaginato cantato da lei, ma quando l’ho sentito per la prima volta sono rimasto colpito da quanto fosse adatta all’esecuzione del mio testo. Altre volte invece li creo sulla base di una metrica stabilita e di un argomento.

Quello che cambia molto invece è il tipo di fruizione: una volta che “dai” i brani all’artista che li interpreta, non sono più tuoi, infatti come ben sai spesso si conosce l’artista ma non l’autore dei suoi testi, e spesso ci sono casi in cui vorresti che il tuo pubblico, che non necessariamente ascolta l’interprete per cui scrivi, potesse ascoltarli arrangiati da te.

 

Ma infatti non sei un po’ geloso nel lasciare andare i tuoi testi a qualcun altro?

 

Un po’ sì, a volte scrivo dei testi e mi rendo conto che preferirei tenerli per me, ti confesso che ogni tanto lo faccio. Il fatto di avere questo forte legame con il mio pubblico fa sì che quasi mi senta in colpa a non poter far ascoltare loro certe mie emozioni, certe mie storie, perché so che sicuramente loro lo comprenderebbero a un livello diverso e magari più profondo, rispetto al pubblico di un altro artista.

 

Quando io penso a Torino e devo nominare un cantautore, penso subito a te, per il forte legame che hai non solo con le persone, ma anche con la città. E so che sei un frequentatore abituale di Apolide Rock Festival, dove suonerai il 21 luglio. A me piacciono le cose fatte con il cuore, e Apolide in questo senso è un grande esempio di passione. Cosa ne pensi?

 

I ragazzi di Apolide sono miei cari amici, li conosco da quando esiste il festival, anzi addirittura da prima, da quando si organizzavano i concerti di Local Scene, e sono molto orgoglioso di loro perché hanno creato questo evento con una passione e un amore tali che, sudante l’evento, si trasformano in una attenta cura al dettaglio e in una leggerezza e presa bene generale, che pervade tutto il festival e il suo pubblico. Un pubblico tra l’altro molto eterogeneo, per età e per gusti musicali, ma accomunato dalla stessa voglia di stare assieme e di stare bene. In questo senso penso che Apolide sia una pietra preziosa da valorizzare e da proteggere, e auguro ai ragazzi che lo organizzano di continuare a crescere come stanno facendo e di non perdere mai quella leggerezza e quella passione che li contraddistingue, perché la gente lo riconosce e ne fa tesoro.

 

 

Ultimissima domanda: 30-40-50. Sono tre età diverse, se dovessi darti degli aggettivi o qualcosa che vorresti nei 40 e nei 50, cosa ti diresti? So che è una domanda molto marzulliana.

 

In effetti, lo è (ride ndr). Posso anche dare una parola sola per tutti? Direi “voglia”, voglio continuare ad avere voglia, perché significa non spegnersi e continuare a cercare, ascoltare e raccontare.

 

Il tour di Bianco toccherà varie città, oltre ad Apolide Festival lo troverete anche al Bleech festival il 2 settembre, tutte le altre date le potete trovare a questo link.

Claudia Losini

scritto da

Questo è il suo articolo n°173

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