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Opiemme, il poeta della street art

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Come diceva Sgarbi, il futuro dell’arte contemporanea è nella street art e su questo e secondo me ha indubbiamente ragione. Lo spirito di denuncia che pervade alcune opere è sicuramente un aspetto interessante di questa cultura, per questo ho voluto intervistare Opiemme. Chi è Opiemme? Un artista e uno scrittore che utilizza le parole per trasformarle in immagini. Segno verbale e segno visivo, svincolati dai canoni delle rispettive discipline, cercano un rapporto paritario, un nuovo equilibrio che ne valorizzi le potenzialità senza stabilire gerarchie.” L’osservatore è quindi posto di fronte a dei messaggi: politici, di libertà, di diritti civili e tutti ne possono fruire perché sono sotto gli occhi di tutti. Opiemme libera spunti sui muri e in luoghi specifici per unire street art alla progettualità dell’arte pubblica. La prima domanda sorge quasi spontanea:

Peace, 2012 courtesy BI-BOx, Biella

Visto il tuo rapporto con le parole, come ritieni dovrebbe essere il poeta della nostra generazione? Ti senti più artista o scrittore?

 

Sono viziato da quasi 15 di ricerca sullo “svecchiare” la comunicazione della poesia, quindi direi che il poeta dovrebbe relazionarsi con il proprio tempo, e cercare soluzioni che vadano incontro al mondo editoriale, e sappiano avvicinare il pubblico alla poesia, e soprattutto stimolare riflessioni e confronto. Durante un Musicultura Festival a Macerata il poeta Valentino Zeichen mi disse: “Lottare, lottare, lottare per la poesia”, per portarla incontro alle persone e lontano dal consolidato stereotipo di noia che si porta dietro. Il tempo e i fatti diranno se sono stato un artista e uno scrittore.

 Barbarism Kills, performance (http://www.youtube.com/watch?v=HzYcLbZxxvg)

Le tue opere spesso denunciano fatti o realtà, da Barbarism Kills i warning sulle “cacche”, ai rotolini di poesia ripieni con la costituzione. Quanto pensi venga sensibilizzato “l’uomo della strada” davanti a questi spunti di riflessione?

 

Poco, ma, come mi suggerì un’amica, fosse solo una persona sarebbe positivo. Se pensassi di cambiare il mondo finirei per sentirmi inutile. Lancio input, non verità. La poesia è riflessione, nell’interpretabilità delle parole risiedono gli stimoli. È certo utopia sperare che la poesia in questo mondo abbia un impatto etico, positivo ma nel suo essere “buona”, per stimoli e spunti, il suo obbiettivo è raggiunto. La poesia di strada a volte può essere come una rèclame che ha come oggetto valori ed emozioni.

 Albero di parole per Associazione Urbe, in Via Foggia 28 Torino, 2011

Voglio parlare innanzitutto del tuo ultimo lavoro presentato per The Others qui a Torino.

 

Quest’estate in Croazia riflettevo a braccio sulla guerra, dopo aver attraversato il territorio di confine con la Bosnia che porta dall’interno del Paese a Sibenik.  La percezione di quanto è avvenuto, a distanza di vent’anni, è vivida. Proprio in quei giorni un amico su Skype mi ha chiesto e suggerito l’idea del Peace, una scritta “pace” composta di armi. Sebbene non gli avessi raccontato nulla, stavo proprio pensando a realizzare parole composte da immagini. Il lavoro, presentato con la galleria Zak (Monteriggioni) della Pasi, mette in risalto l’assurda contraddizione dell’andare in “guerra per la pace”. Così composi quello che la curatrice, Nicoletta Betta, nel testo critico descrisse con questa bellissima frase “ho disegnato la pace con l’alfabeto della guerra”. Un testo introduttivo, costruito come un racconto in prima persona, che ha fatto sì che il lavoro avesse un senso all’interno dell’ex carcere “Le Nuove” di Torino: “Ci sono finito, in questa cella, perché credevo che con la lotta armata avrei ottenuto la pace, per me, per la mia gente. […] Dopo tanti anni, ancora non l’ho capito, se per costruire la pace vera si debbano usare anche le armi”.

 Andy Hikmet, 2013 Setup Fair, courtesy BI-BOx, Biella

Una cosa interessante è quella della situazione torinese e del recupero dei vecchi edifici. Un giorno su Wired il direttore del festival di Grottaglie (Fame) parlava della situazione della street art in Italia, dicendo che ormai i veri spunti sono a Napoli, che ha fame di arte e ribellione, mentre altre città erano diciamo così “spente” riguardo al significato intrinseco della stretta rt per farne più una moda. Tu come la pensi? Torino come la collochi in Italia e nel mondo?

 

Ci sono molte realtà che lavorano sull’arte urbana, intendendo con questo l’ambito di graffiti, street art, e non solo. Torino è un caso a livello italiano nazionale, e un’avanguardia. Non notarlo è non volerlo notare. Dal Museo di Arte Urbana, a Picturin, al Sam, da Murarte, a Urbe con il Bunker, a Sketchmate, da Street Attitudes, fino molte altre realtà minori che viaggiano nella stessa direzione. Senza contare chi lavora con l’arte pubblica.

Picturin, come ho letto da commenti del pubblico sul net “sta trasformando la città”, e regalando opere d’arte a cielo aperto, ed è solo alla 2° edizione. Fra qualche anno potrebbe essere uno dei migliori festival in Europa. Il Sam si è interamente autofinanziato. Il Mau nel quartiere di San Donato è entrato a far parte dei Musei cittadini, e opera dal 1995. Detto questo un paragone con festival come Fame non esiste. Il Fame ha mantenuto lo spirito della street art, leggo dalle parole del direttore Angelo Milano su Repubblica: “Senza chiedere permessi e senza il beneplacito dei politici locali, proprio come l’arte di strada comanda”. Ma i luoghi e le persone per creare questa mescola sono rari. Il rischio è che Torino rappresenti un’avanguardia che non venga ricordata.

È necessario che le diverse realtà si uniscano per presentare un lavoro che ha fatto della città un museo a cielo aperto, che può essere un’attrazione turistica.
Una mappa cartacea e virtuale e un’attenta comunicazione al pubblico nazionale di tutta l’arte urbana visibile nelle strade di Torino, trovo siano un must a cui le istituzioni preposte devono dedicarsi e investire, affinché la città verrà riconosciuta e visitata per questo immaginario.

 The Party is Over, 2012 courtesy Untubo / Zak Gallery, Siena

E il tuo ultimo lavoro?

 

È stato presentato alla fiera Setup (Bologna) da BI-Box di Biella di Irene Finiguerra, in uno stand che ha visto immagine, parole e un’evoluzione della poesia visiva italiana, protagoniste. Ha partecipato al Premio Setup accompagnato dal testo critico di Marta Gabriele.
La tela è una “riscrittura” dei coltelli di Andy Warhol, ormai diventati “la copertina di Saviano”, con parole di N. Hikmet. Dall’unione dei loro nomi deriva il titolo del lavoro “Andy Hikmet”.
Riassumerei il testo con “se le vostre mani mentono… sappiate che è perché restino cieche e possano senza fine servire il debito”. Debito è l’unica parola che ho cambiato, laddove Hikmet usò “oppressione e schiavitù”. Una violenza, oggi, perpetrata con le catene invisibili del benessere e della comodità.
Una curiosità: scaricando l’app “Hub 09” è possibile animare il quadro utilizzando uno smartphone, funzionalità disponibile anche con l’immagine a schermo.

Onda: tributo ad Hokusai, presentato ad Arte genova 2013 Studio D'Ars (Milano)

Per saperne di più:

www.opiemme.com

www.facebook.com/OPIEMME

Claudia Losini

scritto da

Questo è il suo articolo n°157

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