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Al live di Villalobos non è partita la cassa dritta

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Pensate alla prima cosa che vi viene in mente quando vi nomino Ricardo Villalobos. Sì, a parte quelli che leggeranno e diranno: “chi???” Gli altri già si immaginano in discoteca a ballare a suon di techno martellata. Ecco: ora prendete la techno, rivoltatela come un calzino, uniteci tutte le influenze musicali più assurde dall’Africa all’Asia passando per L’America del jazz e otterrete il suo nuovo progetto, in collaborazione con Max Loderbauer (Moritz Von Oswald Trio). Poi prendete questo groviglio di suoni e portatelo a teatro: un effetto a dir poco straniante, ma è quel che è accaduto al Teatro Colosseo di Torino il 13 marzo scorso.

Mi piacerebbe fare un breve excursus sulla storia del teatro, su come dai greci fino ad oggi si sia evoluto per spiegare come dai pomodori in faccia agli attori si sia giunti al religioso silenzio non appena le luci si abbassano. Ripeto, mi piacerebbe farlo perchè sarebbe carino che il pubblico presente si rendesse conto quanto poco rispettoso sia stato in questa occasione. Sono certa ormai che la frenesia per l’evento sia tale da portare le persone a fregarsene di quel che vanno a vedere/sentire perchè basta presenziare, ma qui parliamo di semplici norme di educazione civile, che vanno ben al di là del presenzialismo. Per questo mi piacerebbe che si distinguesse tra evento e concerto, e che fosse chiaro che la scritta Villalobos e “in collaborazione con Xplosiva” non implica necessariamente la tua presenza, se la cosa non ti interessa. La sala del teatro che ci accoglie è gremita, tra hipsters, tamarri e persone di svariato tipo messe lì a caso e la domanda sorge spontanea: oddio, ma lo sanno cosa stanno per sentire? Che domanda ridicola e retorica. Ovviamente no. Quando le luci si spengono e Villalobos e Loderbauer cominciano il loro trip personale fatto di fili e suoni, accompagnati dalla tromba suonata da Gianluca Petrella, sugli spalti inizia la conversazione. Evidentemente pensano tutti di essere a un aperitivo, in particolare i nostri vicini, tutti troppo impegnati a guardare Facebook, parlare di nuovi tagli di capelli (“pensavo di tenermeli lunghi così di lato, ma secondo te, se me li giro in sotto un po’ così, vedi? Non è meglio?”), tubare, addirittura richiamare l’attenzione di ritardatari (il metodo giusto è questo: ti alzi in piedi e ti sbracci facendo luce con il cellulare perchè altrimenti il tuo amico non ti vede). Per non parlare dei fotografi arrivati addirittura da Milano che si bullano del loro accredito parlando di professionalità mentre sgranocchiano crackers e svariati altri snacks. Nominando Skrillex come fenomeno e paragonandolo a Villalobos, e ho detto tutto. Non di meno il ragazzetto che, palesemente scosso dalla performance, continua ad alzarsi, parlare dall’alto agli amici seduti, andarsene, tornare, sbagliare fila (mettendo il culo in faccia alla mia amica) e esclamare ai suoi amici che si, ha proprio sbagliato fila, ma mi passate il giubbotto che me ne vado? Fortunatamente lo scalpiticcio di cavalle di fianco a me si arresta quando decidono che il loro pre serata è terminando e ridacchiando, come non hanno mai smesso di fare nonostante le intimidazioni della mia amica, se ne vanno.

Ho stimato chi ha avuto il coraggio di alzarsi dalle sedie ed andarsene perchè non apprezzava, in quanto essere umano dotato di libero arbitrio tu puoi decidere se restare o meno. E se sei a teatro e scegli di rimanere, lo fai in silenzio. Aggiungeteci il fatto che il concerto è stato di fatto molto difficile: mi sono sentita smarrita, persa e perduta, mi sono lasciata andare al tappeto di bassi talmente forti che ti facevano rimbalzare il petto, a tratti ho pensato che in realtà ci stesse tutti prendendo per il culo mettendo suoni casuali, fino al completo intorpidimento di ogni altro senso se non quello dell’udito. Credo che tre quarti del pubblico non l’abbia compreso a fondo, io per prima, e l’altro quarto stia ancora parlando dei macchinari che stava utilizzando sul palco. E non spreco parole sulla ormai annosa questione del “se non si fosse chiamato Villalobos avrebbe suonato in uno scantinato davanti a dieci persone lui compreso”. Ma è stato bello sentire suoni venire analizzati, portati allo stremo, ridotti all’osso, dilatai e accesi di ripetizioni, senza una logica, senza un filo conduttore, senza una razionalità. Questo è stato il bello, anche se non è partita la cassa dritta.

Per saperne di più:

www.teatrocolosseo.it

www.facebook.com/ricardovillalobos

Claudia Losini

scritto da

Questo è il suo articolo n°175

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