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Martina Merlini, da illustratrice a street artist

La nostra esperienza al Cheap è stata devastante: chilometri e chilometri di portici macinati per vedere i lavori degli artisti, mostre visitate quasi nell’orario di chiusura, alcune perse, straripamento di cibo nello stomaco e belle conoscenze ci hanno segnato. Proprio come l’artista bolognese che abbiamo intervistato, Martina Merlini, con la quale abbiamo parlato di illustrazione, Bologna, Cheap e Solko. Buona lettura!

Come è nato il Progetto Totem per il Cheap?

 

Mi hanno chiamata i ragazzi di Officine della stampa che io già conoscevo tramite altri amici, a Bologna l’ambiente è molto piccolo, ci si conosce presto, e insieme abbiamo pensato di fare un progetto. Il Cheap è stata la nostra occasione, grazie soprattutto alla chiamata delle ragazze di Elastico, con le quali ho organizzato la mostra Asylum tre anni fa. Io ho accettato subito la proposta perché volevo fare qualcosa insieme a qualcuno che veramente sa come usare le tecniche di stampa e magari potevano insegnare qualcosa anche a me.

Come avviene questo passaggio dalla street art all’incisione?

 

Io non mi ritengo una street artist, infatti, mi definisco una illustratrice, e il muro è per me una grande dimensione su cui fare un disegno. La stessa cosa vale per l’incisione anche se mi dà quell’opportunità di sperimentare quelle tecniche che non ho mai utilizzato. I ragazzi di Officine della stampa hanno messo a disposizione le loro conoscenze per tradurre quello che io faccio in altre maniere che da sola non avrei mai pensato di realizzare.

Come vedi la scena dell’illustrazione bolognese?

 

Anche se vivo ormai a Milano da otto anni comunque mi rendo contro che Bologna sta crescendo molto in questo ambito, ci sono molte realtà come Officine o come Zoo, un altro spazio in cui va dalla food art all’esposizione di illustratori, poi posso citare anche MODO Infoshop, un grande centro di raccolta per illustratori, scrittori e creativi. Quindi c’è tutta una rete di creatività che si sta animando a Bologna e che la sta portando quasi agli stessi livelli di Milano, Torino e Roma.

 

Come è il rapporto con le persone che si soffermano a guardarti mentre lavori?

 

Credo che l’esperienza diretta con chi sta guardando quello che fai sia importante, per esempio la signora che si affaccia chiedendomi cosa sto facendo o il significato del disegno, ciò accade soprattutto quando disegni delle figure geometriche che non sono subito riconoscibili ed è ovvio che qualcuno si soffermi a chiederne il significato; però credo sia bello anche fare qualcosa che qualcuno può interpretare anche in un’altra maniera, semplicemente perché non è figurativo. Quindi credo che il lavoro sul muro valga più di quello che io preparo a casa.

La tua astrazione da cosa trae ispirazione?

 

Essendo nata come illustratrice ho sempre fatto qualcosa di figurativo, qualcosa che si rapportasse allo spettatore per raccontargli una storia. Ad un certo punto, quattro anni fa circa, ho svolto un lavoro per il mio amico Enrico Gabrielli, il quale ha inciso un disco che si intitola Der Maurer. Secondo me il disco esigeva qualcosa di astratto, qualcosa che spiegasse proprio il concetto di Der Maurer, che vuol dire Il muratore, ma lo facesse in maniera non figurativa ed è stata in quell’occasione che ho iniziato a sviluppare una ricerca del tutto diversa da quella che avevo fatto prima. Da lì ci ho preso semplicemente gusto, anche se questa nuova ricerca va di pari passo con il processo figurativo che sto comunque portando avanti, perché non penso che siano due processi totalmente differenti. Ho inaugurato qualche mese fa una mostra da Ram a Bologna che si intitolava Linee, ovvero delle maschere africane e divinità africane e per questo progetto ho intrapreso uno studio sul mondo africano che si rifà ad un grandissimo spettro di geometrie e tribalismi che trasposte in una realtà occidentale moderna possono avere mille significati e variazioni. Ciò che sto provando a fare è trasporre qualcosa che in realtà è arcaico, perché pensandoci bene la geometria attraversa la storia dell’umanità, i babilonesi, gli egizi, la storia dell’arte, è la forma più antica di pittura che si trasforma in qualcosa di più contemporaneo a cui mi sento più vicina ancor più del processo figurativo.

Come è stata l’esperienza a Memorie Urbane?

 

È andata benissimo direi, Salvatore è stato grandissimo. Memorie Urbane è il mio secondo festival perché il primo festival a cui ho partecipato è stato ad Atlanta per il Living Walls l’anno scorso, un festival di street art. Devo dire che in entrambi i casi mi sono molto divertita, soprattutto perché i due festival si svolgono in piccole realtà dove la risposta del pubblico è immediata, poi si mangia bene, hai il mare di fronte e soprattutto, si conoscono artisti mai incontrati prima che credo sia una cosa molto importante. Lo scambio tra persone che fanno lo stesso mestiere e hanno linguaggi differenti è fondamentale, senza scambio non c’è crescita.

 

Foto di Stefano Pontecorvi.

 

 Martina Merlini | sito

Eva Di Tullio

scritto da

Questo è il suo articolo n°178

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