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Augusto De Luca, il fotografo

Augusto De Luca è un uomo eccentrico, frenetico e con tanta voglia di raccontare. Nella sua casa-museo abbiamo fatto una piacevole conversazione sull’arte e la fotografia, tra sviste tecnologiche e caffè napoletani si è più o meno intervistato da solo. Le performance, il bombing e la continua ricerca hanno dato vita a uno dei fotografi più atipici del panorama artistico italiano, svincolato da ogni tipo di cliché e aperto alla sperimentazione. L’artista nasce negli anni ’70 e come gli piace sottolineare “senza chiedere permesso a nessuno”. La sua professione si evolve presto con numerose mostre e lavori importanti e dopo una straordinaria carriera De Luca depone la macchina fotografica. Dopo anni di silenzio fotografico lo ritroviamo a condurre i giochi per ziguline.

Su una voce fresca fresca di Wikipedia lo descrivono così: “Il suo stile si caratterizza per un’attenzione nello scatto volto a evidenziare le minime unità espressive dell’oggetto inquadrato. Accanto ad immagini di netto realismo nella sua produzione compaiono altre nelle quali le forme e i segni si correlano fra loro in accostamenti ispirati alla lezione della metafisica.”.

Lina Sastri | foto di Augusto De Luca

Ben tornato fra noi. Che i lettori non mi fraintendano, tornato nel senso che Augusto è una vecchia conoscenza di ziguline, non era morto come si è vociferato sul web, cos’è successo?

 

(Scherzando) Non lo so forse la notorietà. Probabilmente c’è sempre stato qualcuno che mi ha odiato. All’epoca mi odiavano perché ero entrato senza chiedere permesso a nessuno e senza fare la gavetta. La mia era una fotografia completamente diversa, a colori, spiazzante, a Napoli invece si era sempre visto solo il bianco e nero rivolto al sociale. Per riallacciarmi alla domanda, questa cosa della morte del fotografo Augusto De Luca (sul web c’è pure l’orario, figurati!), non mi ha fatto nessun effetto, anzi è venuta fuori una performance che mi ha dato un’enorme pubblicità. Non so se la “cosa” è stata scritta per farmi del male o no ma non posso fare altro che ringraziare per questa goliardica trovata.

 

A brucia pelo: fare il fotografo paga (non in senso letterario)?

 

Qualsiasi cosa fai con piacere, con passione e con amore…paga. In termini di soddisfazione paga, in termini economici è molto difficile, soprattutto con i tempi che corrono.

 

Come hai incominciato a fotografare?

 

Ho cominciato a fotografare per “acchiappare” le ragazze fuori dalla scuola. Le mie prime fotografie avevano una forte componente surreale, ma io di surreale non conoscevo niente. Un amico inserito nell’entourage artistico mi consigliò di fare una mostra, io in quel periodo studiavo giurisprudenza ed ero completamente a digiuno d’arte. Mi mandò a Lo Spazio Libero da Vittorio Lucariello. A lui piacquero le mie foto e nel ‘78 feci la mia prima personale senza sapere niente di niente. Fu lì che incontrai Peppe Alario, il direttore della Kodak, che mi abbracciò e mi disse: “Augusto, tu hai dato un colpo di spugna al provincialismo napoletano”. Intendeva questo mio passaggio dal bianco e nero sociale al colore della fotografia prevalentemente americana. Mi fece avere il primo articolo su Il Mattino, pubblicai il mio portfolio su Nuova fotografia e mi fece conoscere Lanfranco Colombo, direttore della Galleria Diaframma e del SICOF (Salone Italiano Cine Ottica, N.d.R.). Feci una mostra a Milano e fui molto apprezzato. Mi consigliarono di far vedere le mie foto a Lucio Amelio. Presi contatti con Nino Longobardi, che allora faceva da “guaglione ‘e puteca”, il quale mi disse: “Sai i tuoi lavori mi ricordano Rene Magritte”, ed io gli chiesi chi fosse questo fotografo straniero. Partecipai alla rassegna della Nuova Creatività nel Mezzogiorno organizzata da Lucio Amelio, che si realizzava in più spazi, io esponevo a Caserta al Teatro Studio di Toni Servillo.

Lucio Amelio quando entrò nella sala espositiva e vide le mie fotografie appese ,disse “Ma…queste sembrano salami!”, così si rimboccò le maniche e in quindici minuti le riappese tutte in modo perfetto. Io ero un grande manager di me stesso, Alberto Piovani scrisse di me : “Tutto questo è il frutto di un accorto management a ritmo serrato scarsamente partenopeo”, volendo sottolineare il carattere internazionale del mio lavoro. Riuscivo a programmare tre, quattro mostre al mese in Italia e all’estero. Poi ad Arles (Les Recontres d’Arles, festival internazionale della fotografia), in Francia, conobbi diverse personalità che mi sono state utili per la carriera. Ad ogni mostra chiedevo circa 400 inviti che inviavo sempre alle stesse persone. In pratica galleristi, riviste, critici e fotografi ricevevano puntualmente questi quattro inviti al mese . Era una forma di bombing che avevo imparato da Guglielmo Achille Cavellini, un grande artista e collezionista bresciano che portava avanti il suo processo di “auto-storicizzazione” attraverso la posta, inviando francobolli e stickers con la sua effige a tutti. Sempre ad Arles, nel 1982, portai con me un centinaio di manifesti realizzati per una mia mostra allo Studio Trisorio di Napoli e di notte li attaccai in giro per tutto il paese. La mattina Arles era impazzita, nessuno sapeva di cosa si trattasse, e tutti cercavano la mia mostra che di fatto non c’era. Già allora, non mi comportavo solo da fotografo, ma pubblicizzando me stesso veniva fuori il De Luca performer.

 

Dove va oggi la fotografia?

 

La fotografia con la F maiuscola non c’è più. Secondo me però la manualità sarà ripescata, la perdita di valore della fotografia ci porterà a riprendere l’analogico. Oggi la digitale è pura, liscia, perfetta, puoi ingrandire quanto vuoi, non sfoca, non mi piace più. Una volta la fotografia aveva la grana, quella materia puntiforme che riempiva la superfice dell’immagine, anche quella era bella, dava un senso caldo alla foto. I fotografi attuali preferiscono un discorso concettuale, introspettivo e non estetico. Fotografie belle in giro ne vedo poche.

 

Che cosa deve dire la fotografia?

 

La fotografia ha una sua grammatica e l’immagine deve essere chiara, non solo bisogna trasmettere un messaggio, ma anche far capire attraverso i segni e in base a com’è strutturata quale è la sua lettura. Comunque bisogna restituire al fruitore le emozioni e le sensazioni che hai provato al momento dello scatto. Oggi invece la fotografia funziona come un mezzo astratto. Non c’è forma, ma solo concetto, quando c’è. La fotografia deve vivere di contenuto e di forma, quella che vive solo dell’uno o dell’altro non rimane, sono necessari entrambi. Per il reporter di guerra, ad esempio, non basta riprendere un uomo che ne uccide un altro. La grande fotografia è realizzata al momento giusto, ma ha bisogno anche di un taglio giusto che valorizza quell’attimo.

 

Come hai vissuto la sperimentazione nella tua carriera? Sperimentare è sicuramente eccitante, ma anche la paura gioca un ruolo?

 

Nessuna paura. “Chi non risica non rosica”. La ricerca è sempre stata una curiosità, uno stimolo ad andare avanti. Mi sono sempre espresso con il mio stile attraverso tutti i materiali e i formati. Questo perché mi piaceva vedere cosa suscitava in me, cosa stimolava quell’esperienza nuova. Non mi è mai interessato il giudizio altrui. Se tu fotografi per gli altri, non verrà mai fuori la tua essenza, finirai per fare cose che hanno fatto tutti, solo perché sai che piacciono ed è comunque ridicolo pensare di poter piacere a milioni di persone, per questo bisogna fregarsene. Non è un fatto di superbia, ma bisogna che la tua fotografia soddisfi innanzitutto te.

Serie Polaroid | foto di Augusto De Luca

Come definisci il tuo stile?

 

Giuseppe Turroni disse che le mie foto erano neo classiche. Nelle mie foto c’è molto classicismo, molta metafisica in quelle a colori e surrealismo in quelle in bianco e nero.

 

La tua carriera è ricca di lavori importanti, cosa ti ha spinto a lasciare questo mondo?

 

Non ho lasciato questo mondo anche se dicono che sono morto! Io ho molte anime, che vengono fuori a mesi o anni alterni. Sono fotografo, performer, avvocato, collezionista, musicista. Tutto questo fa parte di me, io non elimino niente, semplicemente permetto alle mie diverse anime di alternarsi.

 

E’ inutile chiederti se c’è del tuo nelle tue foto, però dimmi come, quando e perché.

 

Ogni volta che scatto è come se analizzassi me stesso. Non esiste uno scatto neutro, non può prescindere da me. Attraverso le mie foto vengono fuori le mie idee, le mie passioni, i miei mostri, chi sono e cosa penso. Questo è il mio modo di fare.

 

Geometrie e forme morbide, bianchi e neri e colori caldi, paesaggi, ombre, particolari o soggetti umani, ma in fondo qual è la foto che ti piace fare?

 

La foto che piace di più è sempre l’ultima. Ogni volta trovo qualcosa che m’interessa. Ad esempio, nei lavori sulle ombre, mi attraeva che l’ombra avesse una sua dimensione. Le ombre delle mie polaroid diventano protagoniste, vivono di vita propria, sono autonome. Non so mai cosa mi darà la prossima foto.

Pupella Maggio | | foto di Augusto De Luca

E’ molto difficile dare forma alla personalità di qualcuno. Tu come fai?

 

Quando fotografo parto sempre da me. Spesso fotografavo i soggetti nei loro studi o a casa dove trovavo sempre un oggetto che mi attraeva da fotografare con loro, questo mi univa in qualche modo a loro e mi faceva “entrare” in qualche modo nel ritratto. Non mi organizzavo prima. L’intuizione non si spiega con una regola. Gli altri forse cercano di evidenziare le caratteristiche del soggetto, io invece, cerco anche me stesso. In quel momento fagocito quella persona e la macchina è il mio occhio che entra…

 

La tua opinione sull’arte contemporanea? Cos’è per te e cos’è per tutti?

 

Dopo la ricerca degli anni ’70, c’è tantissima copia. Capisco di trovarmi davanti a qualcosa di valido quando ricevo degli stimoli nuovi, oggi vedo nell’arte solo tante citazioni. Probabilmente è stato fatto troppo negli anni passati ma in realtà la fantasia dell’uomo è infinita. Anche nella fotografia ho notato un abbassamento qualitativo notevole, forse è la disciplina che ha perso di più negli ultimi anni. Ci sono molti artisti che usano il mezzo fotografico, ma non sono fotografi. Oggi non c’è più “grammatica” nel linguaggio artistico, dietro una esuberante libertà’ espressiva si nasconde una totale mancanza di bagaglio culturale e creatività. Non vedo nè stile nè stelle.

 

Tre cose che ti caratterizzano come uomo e artista.

 

La passione, che è quella che mi da la voglia di fare, i carismi che mi ha gratuitamente donato Dio ed infine i valori della famiglia.

 

Per saperne di più:

http://www.youtube.com/user/AUGUSTODELUCA

http://it.wikipedia.org/wiki/Augusto_De_Luca

Maria Caro

scritto da

Questo è il suo articolo n°448

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