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Inside The Festival | Denis Longhi from Jazz Re:Found Festival

Lo scorso week-end, il Jazz ReFound ha riscaldato le nottate torinesi. Gli artisti erano tutti nomi d’eccezione: GrandMaster Flash, Gilles Peterson, James Holden, per citare soltanto i più grandi. Si parla di storia dell’hip hop, ma anche di jazz sperimentale e di contaminazioni, oltre che di elettronica.
Abbiamo incontrato Denis Longhi, ideatore e direttore artistico del festival, che ci ha parlato di come questo evento sia nato nella provincia vercellese e sia cresciuto fino a diventare un punto di riferimento vitale per la realtà piemontese.

 

Denis Longhi - Credits Leonardo Schiavone

 

Ciao Denis, iniziamo subito. Jazz Refound nasce nel 2008 a Vercelli. Come avete avuto l’idea di creare un festival di musica sperimentale proprio in questa città e come si è evoluto negli anni?

 

Possiamo dire che l’inizio della nostra storia come festival sia stato una sorta di passaggio “dalla sala prove al palco”: Vercelli è stata una prova nostra prima di tutto per vedere se fossimo in grado di organizzare e creare qualcosa di importante, che andasse oltre le feste che già da anni proponevamo in città, e dall’altro è stata una sperimentazione su un tipo di musica di non facile fruizione da parte del grande pubblico.
È stato tutto molto veloce, il passaggio tra le nostre feste a un week-end intero di musica. Il 2008 è stata un’edizione seminale, economicamente piccola a livello anche economico, ma con nomi già piuttosto importanti: per esempio c’erano i Little Dragon, gli Heliocentric, artisti che magari a Vercelli non erano famosi, ma grazie al passaparola e a una folta comunità del nord Italia molto interessata all’evento, il festival ha avuto feedback molto positivi. Abbiamo quindi deciso di riproporlo nel 2009 con un rischio “imprenditoriale” molto più alto e con un’edizione dalle alte aspettative, un’audience cresciuta di 3 volte (da 1000 a 3000 persone) e una gratificazione a posteriori enorme, diciamo l’edizione che ricordo in assoluto di più.
La restituzione emotiva ci ha dato la spinta per proseguire con questo investimento, ovviamente è stato necessario metterlo a regime a livello di manodopera e competenze e di investimenti.
Nel 2012 il festival ha avuto un ulteriore scalino in termini di produzione e di risonanza tra il pubblico, perché da festival indipendente è diventata conosciuta a livello nazionale, con partner come Radio Deejay. Diciamo che si è consacrato a festival vero.
Nel 2013 abbiamo rivisto le location, passando da edizioni all’aperto alla prima edizione con location tutte al coperto: è stato il primo anno in cui abbiamo chiuso in attivo.
Nel 2014 abbiamo investigato le realtà Milano e Torino, da buoni vercellesi come siamo abbiamo cercato un asse di parallelismo con appuntamenti in tutte le città. È stato anche l’anno dell’attivazione della partnership con Elita Milano, che ha portato buoni frutti.
Oggi possiamo dire di parlare un linguaggio quasi hipster, volendo, mentre inizialmente eravamo dedicati alla sperimentazione, ma vogliamo continuare a evolverci, con un particolare focus sul jazz, che poi è quello per cui il festival è nato.

 

 

Perché è prevalsa la scelta torinese?

 

I nostri principali partner sono fondazioni torinesi, la fondazione CRT in primis che ci segue da anni e la compagnia di San Paolo da quest’anno, abbiamo ottimi rapporti con la regione Piemonte che ci conosce bene, e inoltre la piazza milanese non è preparata a supportare un festival, i costi sono quasi il doppio rispetto a Torino e il pubblico milanese ha un diverso concetto di festival, nel senso che lo vive come un’opportunità per uscire dalla città e provare un’esperienza diversa. Che poi è lo stesso ragionamento che si fa andando ai festival europei, o nel mondo.
In questo senso noi abbiamo voluto approcciarci, con l’edizione dell’anno scorso, in modo da “omaggiare” Torino, giocando anche con la comunicazione che sorrideva al grand Budapest Hotel, per fare il nostro ingresso in città come una nuova realtà e dire anche agli altri player cittadini “Noi veniamo da Vercelli, vogliamo -tra virgolette- rendere omaggio alla città”, senza voler essere loro competitor ma completando un’offerta musicale già ampia nel panorama cittadino.

 

James Holden

 

Come selezionate gli artisti, avete una precisa linea a cui attenervi?
Il fatto di fare una selezione verticale sulla black ha rotto un po’ gli equilibri rispetto agli altri festival, ponendosi quasi come un modo di compensare la distanza che c’era tra un festival istituzionale come il Jazz Festival e l’offerta di clubbing di ClubtoClub o Movement. Diciamo che JazzReFound è quell’asse che bilancia jazz ed elettronica, con un occhio in particolare sull’hip hop, di cui a Torino c’è una forte comunità.
Parlando del futuro, ora che non c’è più il Jazz festival e che d’altra parte C2C ha spostato i suoi contenuti più verso la nostra direzione, io vorrei spostarmi nuovamente più verso il jazz. Se potessi farei Cinematic Orchestra, Stevie Wonder, e destinerei all’elettronica e al clubbing un ruolo minore, nonostante sia già l’aspetto più marginale della nostra proposta.

 

Dj Khalab

 

Mi hai praticamente rubato la domanda su chi vorresti al festival. Quindi ti chiedo come ha reagito il pubblico allo spostamento del festival a Torino, alle sue location, come si è inserito l’evento nella città.

 

Lo spazio più interessante dell’anno scorso, lo spazio Q35, è l’unico che purtroppo non utilizzeremo più in quanto ha problematiche logistiche che richiedono tempo per essere risolte. Il desiderio era quello di occupare la città, com’era lo spirito di ClubtoClub dei primi tempi; per me le prime edizioni dove ci si spostava in piccoli club alla scoperta di artisti era molto in linea con quello che mi piace, con lo scoprire nuovi locali e avere un pubblico contenuto per un live. Abbiamo voluto quindi rafforzare il concetto di esperienza, che per me è una parte fondamentale, abbiamo quest’anno location prestigiose come il Circolo dei Lettori e la Scuola Holden e abbiamo raggiunto la periferia, con lo Spazio Dora e Spazio 211, inserito all’ultimo ma per noi fondamentale, perché è un luogo sacro per la musica live di Torino. Non ultimo il Teatro della Concordia, che si trova a Venaria quindi non in centro, ma con i quale abbiamo già collaborato per la preview dell’edizione 2015 con i Cinematic Orchestra, è una location perfetta per la mia idea di live, in grado di contenere circa 2000 persone ma senza essere troppo dispersiva. Voglio rafforzare questa collaborazione anche in previsione dell’edizione primaverile del festival, che faremo ad Aprile.

 

 

Però si è comunque instaurato un buon rapporto con Milano, in particolare con Dude Club e con JazzMi.
La mia idea è quella di poter collaborare con Milano come content partner, non tanto come player, quindi avremo Elita e JazzMi in collaborazione con JazzReFound. L’amicizia con i ragazzi di Dude è stata quasi scontata, perché sono gli unici in Italia a presentare serate con il nostro stesso contenuto. Il rapporto con loro è quindi stato inevitabile, per esempio durante il festival faranno Mr Scruff (6 dicembre) e Nicky Siano (9 dicembre). I ragazzi del Dude avranno un palco a loro dedicato, e una serata, quella del sabato, organizzata in sinergia con noi.
Con JazzMi invece collaboriamo già con Jazz About, una rassegna più teatrale, e insieme abbiamo sempre avuto ottimi rapporti, soprattutto perché mi hanno sempre visto come uno scout su artisti di un certo taglio musicale. Loro hanno attinto molto dal nostro immaginario, perché hanno creato un ibrido tra jazz e sperimentale con Peterson o Gogo Penguin, per esempio. L’idea l’anno prossimo è rafforzare l’interconnessione con loro, abbiamo già il nome per la preview del prossimo anno, che avverrà a Milano come quest’anno con Jacob Collier. Ciò non toglie che Milano sarà sempre un side del nostro evento, e non un punto di arrivo.

 

Credits Francesco Stella

 

Ultima domanda: cosa non deve mancare a un organizzatore di festival?

 

A volte il fatto di iniziare a trarre profitto da un festival fa perdere quella mancanza di “fame”, intesa come voglia di darsi da fare per avere il meglio. Spesso il fatto di fare sì che il festival non diventi un lavoro, pare assurdo, ma a volte ti da molta più energia e desiderio di fare qualcosa che per te è ancora una passione. Il direttore di festival a tempo pieno è un’idea che mi fa sempre un po’ paura, perché cominci a vedere il festival con un occhio non più personale, viscerale.
Una cosa che non deve mancare è la cura delle line up, dell’ordine in cui suonano, delle location, e poi non smettere mai di viaggiare: io di 200 artisti che ho fatto ho visto 198 live, solo 2 sono stati presi a scatola chiusa. Lo spazio per i concerti e per i festival esteri deve sempre essere vitale, conosco tantissimi che comprano live a scatola chiusa guardandoli su Youtube. È banale dire che ci vuole passione, ma forse non è così scontato.

 

Jazz Re:Found | sitofacebook

Claudia Losini

scritto da

Questo è il suo articolo n°154

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