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Siamo stati all’inaugurazione di Jasad

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La parola Jasad, in lingua araba, significa corpo, ma da circa due anni questa parola indica anche il nome di una rivista nata in Libano dalla rivoluzionaria idea della poetessa e giornalista libanese Joumana Haddad. La rivista ha come obiettivo quello di riflettere sul concetto di corpo, partendo dal principio, sancito dal diritto anglosassone, dell’ habeas corpus (disponi del tuo corpo). E come si può disporre del proprio corpo se non dandone massima libertà espressiva? Questa, in breve, l’idea editoriale della rivista che, in copertina, vede la scritta sulla testata che si fonde a delle manette spezzate. Queste manette infatti indicano, in modo inequivocabile, la volontà di rompere i tabù legati al corpo, in particolare a quello femminile, appartenenti al mondo arabo, ma non solo. Jasad magazine ospita sulle sue pagine ritratti di artisti contemporanei che riflettono sul concetto del corpo e sulle sue implicazioni sociali. Nella rivista troviamo anche interventi di famosi filosofi e scrittori arabi che osano mettere in discussione, semplicemente parlandone, uno dei principali argomenti inibitori della società araba e islamica: il corpo femminile (ma siamo poi così sicuri che si tratti di un tabù solo della cultura araba?).

foto di Giulio Garavaglia

Ad Ancona c’è una mostra, inaugurata il 29 agosto e che proseguirà fino al 26 settembre 2010, organizzata da MAC (Manifestazioni Artistiche Contemporanee) che si intitola proprio Jasad, the Arab body e racchiude da una parte, le pagine e le copertine del magazine più controverso e trasgressivo degli ultimi anni, dall’altra, le fotografie alcune in un formato veramente grande e, per questo, di grande effetto, di due artisti donne del Medio Oriente, considerate tra le migliori: Ninar Esber e Sama Alshaibi. Mi soffermo a parlare dell’impressionante e contrastante impatto avuto con i lavori delle due fotografe. Appena si accede alla mostra si viene letteralmente sovrastati da tre enormi foto in dimensioni gigantesche che immergono lo spettatore nella dimensione voluta dalla prima artista: il corpo femminile, segnatamente arabo per i tratti somatici e le vesti, visto nel momento di massima espressione di sé: la gravidanza.

foto di Giulio Garavaglia

Ho pensato subito che forse noi “occidentali” non possiamo capire fino in fondo quanto siano forti emotivamente queste immagini per un arabo, ma vi assicuro che se ne percepisce la portata. Le successive fotografie di Sama Alshaibi ritraggono ancora donne, in potenti ritratti in bianco e nero in cui alcuni particolari colpiscono e ricordano una dura realtà: la guerra nel suo paese, l’Iraq. I corpi delle donne, poco prima portatrici di una nuova vita in grembo, divengono successivamente oggetto di tortura, luoghi sui quali lasciare segni di violenza e di morte. Infine troviamo una piccola dedica, dolce e significativa, al corpo delle donne: si tratta di una istallazione audio dal titolo “99 names of delicious” che non è altro che una sequenza di 99 nomi che l’artista vuole dedicare alla donna, per celebrare la sua bellezza, il suo corpo, la sua grandezza e la sua sfortuna, in contrasto con quelli che nel Corano si usano per indicare Dio. La successiva sequenza di fotografie ha un tono decisamente più provocatorio e in parte scanzonato.

foto di Giulio Garavaglia

Evidentemente immersa in un contesto culturale che si apre alla, seppur lenta, emancipazione della donna, la libanese Ninar Esber con le sue foto ritrae il corpo della donna con piume e lingerie sintetica e dai colori pastello, come le star degli anni ’20. Si tratta in questo caso di una donna che ammicca e provoca una cultura che non la riconosce, che non riconosce il suo corpo, visto solo come immondo e impuro. Decisamente il tono di queste foto immerge lo spettatore in una dimensione di maggior apertura, come dicevo, in un Libano che pian piano si sta aprendo, in cui una donna può fondare una rivista come Jasad e in cui gli spettri della guerra o le catene di una religione ancora troppo integralista non sono più così presenti come in Iraq.

foto di Giulio Garavaglia

Le opere esposte sono frutto di grande coraggio e parlano di sessualità, di amore, di libertà e di femminilità alla parte conservatrice e fondamentalista del mondo arabo. La mostra è decisamente di forte impatto emotivo ed Ancona ancora una volta si fregia di ospitare un importante evento, per la prima tappa di una mostra che toccherà successivamente anche altre città d’Europa.

Per chi volesse saperne di più: jasadmag.com

Valentina A.

scritto da

Questo è il suo articolo n°43

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