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Guerrilla SPAM ha un sacco di cose da dire

Senza troppi indugi devo ammettere che aver a che fare con il mondo della comunicazione nel 2014 è un lavoro duro. Si è persa gran parte della genuinità e della vivacità di una volta e tutto si è appiattito e standardizzato quindi, intervistare i ragazzi di Guerrila SPAM mi ha fatto ulteriormente riflettere su come il mondo si muova molto velocemente e lasci indietro anche tante cose buone. Guerrilla SPAM è un movimento nato per le strade di Firenze dove nel 2011 e consolidandosi poi nel 2012, grazie alle prime azioni, i ragazzi che gli hanno dato vita hanno assunto consapevolezza della libertà d’espressione di cui erano portatori.

 

SPAM

SPAM

 

Le sue azioni pubbliche si basano su tre fondamenti: contrastare il potere mediatico dei mezzi di disinformazione, esprimersi in strada e nello spazio pubblico in modo non invasivo, agire in modo anonimo e libero con l’intento di comunicare con le persone. L’obiettivo del loro lavoro, sui muri delle città o nella promozione di eventi collettivi, è quello di restituire alla gente non solo lo spazio pubblico ma il potere di discernere nella marmaglia di informazioni sempre più spesso errate che riceve.

La filosofia di Guerrilla SPAM mi era sufficientemente chiara ma sono felice di aver potuto approfondire il loro interessante punto di vista sull’arte, sulla comunicazione e sul mondo contemporaneo. Se avete voglia di incontrarli li trovate in questi giorni al Metropoliz di Roma.

 

Wi-Fi-Family, Torino, 2014

Wi-Fi-Family, Torino, 2014

 

Guerrilla SPAM non esiste?

 

Già. Spam non esiste come individuo, ma solo come “presenza” nelle strade.

 

mostro anfibio, valencia, 2014

Mostro anfibio, Valencia, 2014

 

Nelle vostre opere si distinguono personaggi in bianco e nero portatori di messaggi per lo più legati alla disinformazione e al mercato dell’arte che si esprimono per strada, in modo libero e spontaneo. Insomma, chi siete e qual è l’esigenza dalla quale nasce la vostra propaganda?

 

Siamo un gruppo indefinito di persone che ha scelto di esprimersi negli spazi urbani. Lasciamo i nostri messaggi nelle strade con la libertà di poterli cogliere, ignorare, cancellare o rimuovere. Ci imponiamo violentemente con una grafica cruda e violenta, ma accettiamo ogni tipo di risposta dal pubblico, compresa una risposta violenta come la rimozione o lo sfregio. Il rapporto che vogliamo instaurare con il cittadino è paritario, altrimenti non avremmo scelto i muri delle strade, ma i piedistalli infiocchettati delle gallerie.

 

Os Diablos de Amarante - Amarante, Portogallo 2014

Vi interrogate e interrogate spesso la gente sul concetto di illegalità, a che conclusione siete giunti, almeno finora?

 

Ogni gesto artistico, se non autorizzato, acquista valore e dignità, perché è espressione libera. I muri e gli spazi urbani sono e devono essere di tutti, e questo non significa che, essendo di tutti, debbano rimanere bianchi. Il concetto di “decoro urbano” è un concetto barbaro di affermazione dell’autorità, se inteso come privazione di una qualche tipo di espressione. Si dice che, se non fosse vietata l’affissione, i muri si ritroverebbero pieni di scritte, disegni, e scarabocchi, considerando questo un fatto negativo. Ma non si considera negativo, invece, il divieto di scrivere sui muri, plasmando una forma della città, ipotetica, dove tutto è intonso, lindo, vuoto e non toccato. L’evoluzione della nostra società ha portato la visione dello spazio urbano pulito come visione vincente e “corretta”, i graffiti e i disegni sui muri come una visione “non corretta”, resa accettabile solo se limitata da norme e regolamenti, come nei muri autorizzati che le amministrazioni comunali “donano” ai writers come sabbiette per far defecare i cani. È giusto dunque, secondo noi, compiere un atto non autorizzato, infrangendo determinate leggi, per realizzare qualcosa di utile alla collettività. E questo non va fatto per sola ribellione, ma anche, e soprattutto per il rispetto dello spazio pubblico, che merita, essendo di tutti, di esser utilizzato da tutti.

 

il divoratore, siena 2014

Il Divoratore, Siena 2014

 

Cosa pensate dell’arte contemporanea, della street art e dei graffiti, in particolare in Italia?

 

L’arte contemporanea è straziata dalla sua stessa mercificazione. È inconcepibile l’idea che esistano ancora fiere d’arte (spacci legalizzati di opere, travestiti da supermarket) fatte passare per eventi culturali. I musei sono stanchi, non hanno fondi, falliscono miseramente come il Macro di Roma, o boccheggiano da anni come il Castello di Rivoli, sotto il peso di vecchie glorie come la responsabilità di esser stato il primo museo d’arte contemporanea in Italia. Si continua ad esporre (senza didascalie e spiegazioni), e collezionare, arte concettuale con la pretesa di mostrare opere d’arte, che poi sono solo feticci senza valore. L’orinatoio di Duchamp, come il papa di Cattelan, sono posseduti di più da chi li “comprende” rispetto a chi li “possiede materialmente”, perché ciò che è essenziale è l’idea, non la qualità estetico/tecnica dell’opera come potrebbe essere, invece, in una tavola pittorica del Quattrocento. In questo ecosistema di fraintendimenti e di speculazioni, anche i graffiti e la street art si inseriscono in piena regola, masticate e rigurgitate con cura dal mercato dell’arte. Si fanno le mostre, i festival, gli eventi, le aste; insomma, si può ancora distinguere la street art dall’arte contemporanea tradizionale se entrambe parlano la stessa lingua e valgono gli stessi denari?

 

Aracno-tv-phobia, Torino 2014

Aracno-tv-phobia, Torino 2014

 

Che sta succedendo alla street art? Credete si tratti di un’evoluzione naturale o una massificazione annoiata del fenomeno?

 

Che la street art dovesse diventare una tendenza di moda lo si è capito nei primi anni Duemila, quando Banksy e Obey avevano mosso i primi passi per divenire delle icone prima underground poi pop. Lo si poteva già intuire, forse, negli anni Settanta o Ottanta, quando i primi graffiti finivano su tela, nelle mostre e poi nelle case dei collezionisti. D’altronde ogni forma di arte ribelle è sempre stata riassorbita e tramutata in docile arte da salotto. Lo sono state le pitture industriali di Pinot Gallizio e lo sono pure le grafiche di Obey, prima sugli sticker per strada, poi, in saldo, nei grandi magazzini di tutto il mondo. Non bisogna stupirsi di questo, perché è naturale che il sistema assorba tutto, specialmente chi lo critica, perché, come diceva Pasolini, alle signore borghesi dei salotti buoni, piace sempre sentirsi criticare e sparlare dietro. Non bisogna lamentarsi se un noto negozio di alta moda, imbrattato massicciamente (e giustamente) dagli estintori di Kidult, poi utilizzi i suoi sfregi come campagna di promozione dei suoi nuovi abiti. La società in cui viviamo è affetta da cannibalismo e coprofagia e non bisogna stupirsi del suo operato.

Tuttavia, nel caso della street art (così è stato detto vada chiamata) la questione si è aggravata rapidamente, tramutando un fenomeno alternativo di nicchia, di crew, di bande, in un fenomeno pop di massa nel giro di pochissimo tempo. Cantanti pop in tutine attillate hanno iniziato a comparire in videoclip di fronte a muri marci di tag e graffiti, pubblicità di grandi brand emblemi del capitalismo, hanno iniziato ad usare immagini e stereotipi come lo skateboard, graffiti e bombolette spray per le loro campagne pubblicitarie. Tutto ciò che era alternativo è stato trasformato in tendenza pop. L’underground moriva così, e tutti ne erano felici, perché si son fatti soldi a palate.

 

Trionfo dell'apparenza, S. Michele in Teverina, 2014

Trionfo dell’apparenza, S. Michele in Teverina, 2014

 

Ma, come dopo le grandi abbuffate di cibi spazzatura, gustosissimi ma malefici, oggi si ripensa a tutto ciò e si ha l’amaro in bocca. Si ripensa ad un fenomeno che negli anni Novanta e Duemila è esploso con grande successo, si lamenta l’evoluzione degli eventi, il fatto che gli artisti si siano adagiati su ruoli ben distanti dal pubblico e dalla strada.

Tutti si compiangono, si perde tempo a parlare e dire che pochi, adesso, escono in strada a fare bombing e azioni non autorizzate, si dice “era meglio prima”. Si parla delle sorti della street art, ponendo interrogativi ma non muovendo un dito. In questo immobilismo annoiato e patetico gli artisti ammuffiscono nei loro studioli corteggiati dalle lusinghe dei critici e dei collezionisti. Smettetela di piangervi addosso e tornate in strada a dimostrare che esistete.

 

suicide, milano 2014

Suicide, Milano 2014

 

Una volta mi è capitato di leggere un vostro commento a un noto blog di street art di cui criticavate la tendenza a promuovere solo i lavori di artisti affermati, succede davvero questo sui “moderni” mezzi di comunicazione di massa?

 

Per quanto riguarda i media che dicono di fare comunicazione, a proposito di arte urbana, e parliamo di media quasi esclusivamente online, pensiamo che ci sarebbe molto da cambiare.

Quasi tutti i siti di street art funzionano seguendo un meccanismo semplice: hanno una cerchia di artisti che seguono maggiormente, i quali, quando realizzano un nuovo lavoro (che sia un muro, una mostra, un progetto) inviano foto e materiale al sito, il quale a sua volta pubblica tutto online sulla propria pagina. Parallelamente, questi siti, seguono i “big” come Banksy o Obey che, appena pisciano lo sappiamo tutti, attraverso le solite quattro foto copia-incolla (tutte uguale e identiche) che girano viralmente sul web.

Noi conosciamo un artista nostro amico, che fa quotidianamente il lavoro sporco che il blogger, a parere nostro, dovrebbe fare. Si chiama JbRock, vive e lavora a Roma, e, molto semplicemente, quando cammina per strada, fotografa, documenta e poi pubblica online foto di graffiti, pezzi di arte urbana, scritte anonime, vecchie tag, e qualsiasi altra cosa lo colpisca. I blogger stanno con il culo al caldo nelle loro poltroncine, non vanno in strada, non fotografano pezzi anonimi. Questo dovrebbero fare, se volessero veramente considerarsi dei mezzi di comunicazione e informazione militanti, utili al pubblico, intenti non solo a lodare ma anche a mostrare novità. Vorremmo vedere online meno foto leccate degli opening e più materiale grezzo, proveniente direttamente dalla strada.

 

Sub umani, Torino 2013

Sub umani, Torino 2013

 

Com’è nata la Shit Art Fair – mostra di arte di merda contemporanea, e con quale obiettivo?

 

Abbiamo sempre cercato di partecipare a mostre ed esposizioni con un occhio e una dinamica differente dal solito standard “partecipa-esponi-vendi” trovando soluzioni più inusuali. Nel febbraio 2014, ad esempio, abbiamo dipinto sui muri dell’antico Palazzo Malipiero di Venezia, l’opera poi è stata interamente cancellata dopo sette giorni; a giugno, abbiamo esposto una serie di disegni a Torino in una mostra da Galo dal titolo “Suicide”, che una volta finita l’esposizione sono stati attaccata sui muri di Milano; o ancora, nel settembre abbiamo esposto una serie di demoni su carta in una mostra a Berna in Svizzera, che presto attaccheremo in Italia, e abbiamo dipinto un muro insieme a “Frenulo” all’Amantes di Torino, rimosso dopo due settimane.

 

Shit Art Fair 1

 

Seguendo questo approccio abbiamo voluto creare una grossa esposizione in strada con un ciclo di disegni di 140 metri quadrati, attaccati illegalmente in un tunnel a Torino. L’abbiamo realizzata autonomamente con finanziamenti limitati e molte risorse umane, soprattutto di amici. L’abbiamo realizzata durante la settimana delle fiere d’arte torinesi più istituzionali, non per contrapporci a queste, ma per dimostrare che si può creare qualcosa anche senza grandi budget, senza autorizzazioni, commissioni e senza finalità di guadagno. La mostra è rimasta libera e fruibile gratuitamente da tutti per un anno, i disegni sono stati strappati, fotografati, alcuni sono sopravvissuti per molto tempo. La rivista “Artribune” scrisse che tra tutte le fiere di arte di merda almeno la nostra lo ammetteva già nel nome, e questo era un po’ il nostro iniziale obbiettivo: creare un evento senza troppe pretese che valesse di più di chi le pretese le ha ma non sa soddisfarle.

 

Shit Art Fair 2

Shit Art Fair 2

 

Sì è da poco tenuta la sua seconda edizione, sempre a Torino, e in concomitanza con Artissima, Paratissima e The Others. Chi sono stati gli artisti che vi hanno affiancato e come sono andate le cose?

 

La mattina stessa dopo la notte della prima Shit Art Fair, guardando le pareti del tunnel dipinte insieme a pochi amici come Hogre e Galo, abbiamo pensato che il naturale sviluppo di questo progetto “singolo” sarebbe stato un progetto “collettivo”: realizzare una mostra, sempre non autorizzata, sempre nel tunnel del Parco del Valentino, con una ventina di artisti del panorama nazionale. Ci sono voluti 7 mesi di preparativi soprattutto per raccogliere le opere di tutti quelli contattati. Siamo stati i segretari di noi stessi, passando giornate a mandare email, fare telefonate, aspettare pacchi provenienti da ogni dove con le opere, recarsi in altre città a prendere direttamente dei disegni, stamparne altri con il plotter qua a Torino. Dopo tutto ciò, la cosa più entusiasmante è stata vedere artisti, che, da tutta Italia, si sono mobilitati e sono venuti direttamente di persona a montare e attacchinare con noi Shit Art Fair 2. Artisti di una generazione precedente alla nostra, con molta più esperienza e bravura, sono venuti qua, con noi ragazzi di vent’anni (i primi arrivati, a loro confronto), a metter su un progetto nel quale probabilmente hanno creduto. Il nostro “plotone” era formato da 23 artisti: 2501 – Artcock – Basik – BR1- Cancelletto – DEM – Etnik – Galo – Guerrilla SPAM – Halo Halo – Hogre – Hopnn – JBRock – Mr Thoms – Nicola Alessandrini – Omino71- Orticanoodles – Run – Ufo5 – Uno – Werther – Zed1 – Zibe. Molti di loro erano presenti e in più altri artisti e amici che non partecipavano all’evento, ma che sono comunque venuti per supportare e per darci una mano. In totale eravamo più di quaranta persone; era incredibile essere tutti lì sotto a quel tunnel, a lavorare ad un progetto comune, che, a parere nostro, ha dimostrato che eventi non autorizzati del genere esistono anche in Italia.

 

L'ingordigia, Firenze 2014

L’ingordigia, Firenze 2014

 

Che progetti avete per il futuro?

 

Stiamo per realizzare, adesso, un importante progetto a Metropoliz a Roma, un luogo in cui crediamo, dove vorremmo lasciare un bel contributo alle persone che vivono quello spazio come casa. È uno dei progetti che più ci ha coinvolto e motivato sino ad oggi, non vediamo l’ora di essere la a dipingere. Poi a gennaio si concretizzerà una mostra molto particolare che realizzeremo in combo con Hogre, a Laszlo Biro, sempre a Roma, dove ogni giorno di esposizione bruceremo un’opera presente nella galleria. Se la vendita delle opere è rimasto uno dei più grandi pesi ai quali è soggiogato l’artista, che “per campare” ha bisogno del denaro, noi sovvertiamo questo peso e ricattiamo il compratore, bruciando i nostri lavori. Se la gente non si sbrigherà non acquisterà un bel niente. Bisogna ribadire che non sono gli artisti ad avere bisogno dei compratori, ma loro ad avere bisogno degli artisti.

 

Guerrila SPAM | sitofacebook

Maria Caro

scritto da

Questo è il suo articolo n°423

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